Fatti e disfatti quotidiani, Non solo versi

Ballata del sonno stropicciato

Ti copro col mio manto,
Mi insinuo tra le dita
Nel buio di una notte al sapore di pensieri…
Ti solletico i talloni pizzicando le tue tempie
Ti giri e rigiri  tra le pieghe di una giornata
Che ancora ti sbuffa sulla nuca
Mentre la tua testa spinge verso
L’altrove,
Quell’altrove che ti centrifuga
Dove sei stata un’altra
Con guance distese e occhi scintillanti

Sono l’insonnia,
Al sapore di bile
Sono l’insonnia,
Retrogusto un pò amaro di una giornata al veleno
Solo io so ricordarti dove sei e dove vorresti essere.
Sono io che ti sussurro nell’orecchio
senza poter mentire mai.

E se decido di abbandonarti per un attimo
mentre la pace per un attimo ti sfiora e chiude i tuoi occhi di  piombo
Una voce “Fabi, hai qualcosa da mettere in lavatrice?”.
Tua madre, caterpillar in una cristalleria,
Cesoia delle ali di un Morfeo beffardo
Che di te si è ormai scordato.
Sei, dove non dovresti essere.

Sono l’insonnia,
Al sapore di bile
Sono l’insonnia,
Retrogusto un pò amaro di una giornata al veleno
Solo io so ricordarti dove sei e dove vorresti essere.
Sono io che ti sussurro nell’orecchio
senza poter mentire mai.

Fatti e disfatti quotidiani

Dire,fare,invasare,lettera e testamento (delle passioni).

 

 

Va bene, ammettiamolo pure, quando si parla di me l’immagine più vicina ad evocare il mio carattere è forse la carta vetrata. Si, sono acida, ansiotica, nevrotica. Di quelle che “a pensar male non si sbaglia mai” (ps: se sei un bel ragazzo, non mi conosci ancora e stavi pensando di cercare una maniera di incontrarmi, ebbene, sappi che romanzo un po’ sulla mia maniera di descrivermi. Non c’è bisogno di prendere per oro colato quello che dico di me :-) ).

E’ che con la senilità quello che si è sviluppato in me è una sorta di sincerità, che spesso trasborda dai limiti del politically correct, per intenderci i margini entro i quali bisogna stare per essere gradita presenza in quella che è la percezione sociale globale del “volemose bene” e “piacciamo a tutti”.

Oggi la mia spiccata sincerità e il mio spirito di osservazione, (tra uno sbadiglio e l’altro di un pomeriggio post ferragosto passato a fare la comparsa in ufficio), posano le ali della loro irriverenza sul labile confine tra volontariato, costanza, impegno e vuoto da riempire, insicurezze di varia natura, voglia di mettersi in mostra e, diciamolo pure, assenza di vita personale.

Non ho mai lasciato che la mia vita fosse solo in balia dello studio all’epoca, e del lavoro oggi. Ho sempre cercato di tenere in allenamento il mio unico neurone narcotizzato dalla vita brianzola e, così ho sempre seguito la mia indole e svolto attività che mi coinvolgessero o come volontaria o sulla sfera artistica.

La cosa che ho notato è che il senso di appartenenza ad un gruppo (associazione o dir si voglia), è pericolo. Permette all’individuo di auto identificarsi in quello che fa, la sua attività non rappresenta più un arricchimento, una fonte di apprendimento bensì uno specchio per sentirsi realizzati. E allora l’effetto domino è dietro l’angolo: quello che fai è ciò che sei. Meglio se hai una divisa addosso. Quello che fai diventa argomento principe di conversazioni che tendono a trasformarsi in monologhi e perciò la chiacchierata con chi non è dei vostri non è altro che pura e semplice occasione di auto referenziarsi.

E così succede che non esisti più, il tuo tempo è dedicato perennemente a fare la stessa cosa, perdi di vista quello che è il respirare un’aria diversa, il tuo sano e sacrosanto diritto a distrarti e a divertirti  e a dire di no ogni tanto. (Si lo so sono un’eretica del volontariato). Tutto questo io lo chiamo invasamento.

Io l’invasamento non l’ho mai capito nemmeno quando facevo teatro ed ero parte di una compagnia locale. Nemmeno ora che sono volontaria di Croce Rossa da diversi anni.

Mi piaceva molto, il teatro, facevamo delle cose straordinarie che incidevano anche a livello politico sociale sia sul pubblico che sul mio percorso personale, ma un conto è avere un interesse un altro attaccarsi a quell’interesse per riempire la vita propria vuota.

Succede sempre così, mi capita di vedere persone che si attaccano ai gruppi come se fossero sette, come se per entrare ci sia stato un rito satanico con tanto di sgozzamento di quadrupede e sacrificio di vergini. Probabilmente puntano al premio Nobel per la pace pensando di mettere ore minuti e quarti d’ora a disposizione del prossimo. Quello che vedo io è solo un bulimico appetito di conferme e soddisfazioni di un ego malato, che si gonfia solo se si porta un marchio stampato sulla maglietta. Io non so fare così, forse vivrei meglio se mi trasformassi in una wonder woman targata “salviamo il mondo”. Ho sempre preso le distanze da certi atteggiamenti, ho sempre messo la giusta distanza tra me e le mie passioni per non farmi travolgere, per trovarne di nuove e per poterle condividere in maniera equilibrata.

Fatti e disfatti quotidiani

A ver como se acaba, si se acaba…

E alla fine arrivi tu. Ho visto ciò che hai fatto, sono io la protagonista del tuo crimine. Sono bastati uno sguardo e un colpo di mano per abbattere quei longevi castelli in aria, barricate di croccanti e rassicuranti “sto bene da sola”, “preferisco essere indipendente”, “oddio no, le storie a distanza non esistono, è categorico”. Ecco, appunto. Vulnerabili certezze, masticate da 1600 Km di distanza. Guardarsi, riconoscersi, “no non può essere”, “ok, addio” “ebbene, sono ancora qui”. Respiro, e qualcosa si muove. Nel verso giusto questa volta. Cosa scorre nelle vene? Leggerezza da vie en rose? No. Odio … Odio verso un nemico che ha in realtà i tratti somatici di spettri del passato. Adesso, in questi giorni almeno. 1600 Km di distanza che masticano e scompongono il rassicurante evitare coinvolgimenti, gonfiano palloni di insicurezze, basculano sul fondo di vecchie paranoie stagnanti. Mai risolte. E allora si, tu sei per me il coltello che gira e rigira in quella piaga chiamata paura e ti fa vedere tutto con una patina viola. Succede che do il peggio di me, mi pongo domande che non ci si dovrebbe mai fare e divento io lo scoglio, l’insenatura che rende questo fiume denso, che lascia che gli eventi inciampino, invece di fluire.  Giorni in cui un no vuol dire si e un si vuol dire no. Pronti a captare nelle parole dell’altro qualcosa che confermi che le mie paure sono fondate. Pronti a captare il pretesto giusto per arrabbiarsi e far sfogare lui, l’odio. In realtà è odio verso me stessa. Un mettersi in discussione che prende i miei pensieri e li fa a squame. Sotto ogni squama c’è un se, c’è qualcuno che è meglio di me. Qualcuno che potrebbe essere meglio di me, per te.  Mi fermo, il respiro si ferma all’altezza del petto, in gola un nodo. Osservo la stessa luna che guardavi tu, e che pochi minuti fa hai fotografato.  Mi dico che passerà ed è solo stanchezza.

Non solo versi

Respiro

Trovarsi a respirare l’aria di vetro di un mattino che sembrava non dover arrivare mai.

Respiro.

Il petto si espande, tanto da impigliarsi nelle lunghe unghie di un passato sconosciuto.

Sento raschiare  il fiato che alimentava il mio

Respiro

Fiato invischiato nel moto di una danza di piombo che intreccia mani e piedi di un cammino

Tra case e colli che forse non esistono.

Stanno solo nella mia testa.

 

Intro - ispezione

Cause I’m not the kind of girl guys fall in love with

Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro al titolo, parla da sé. O forse si.Redenzione. Questa la parola che mi viene in mente se penso alle mie relazioni passate.

Chiariamo: non sono io a redimermi, ma coloro che stanno con me, che vivono e attraversano la relazione come un percorso benessere, verso la purificazione.

Ed è così che dopo di me i pori si purificano dall’alone unto dell’eterno peter pan, vocaboli come, convivenza matrimonio e impegno, assumono un sapore agrodolce (più dolce che agro), uscendo dalla lista nera che ne faceva dei vocaboli banditi dalla propria personale accademia della crusca.

Disposti ad abbandonare quell’altalena di emozioni che una vita con me può regalare … Io, un vulcano, un effervescente naturale punto esclamativo tra le vostre sopracciglia.

Cosa in cambio? La (non più)temuta stabilità e l’addominale del bravo uomo casalingo, il guerriero del divano. Credo di portare fortuna, ma che dico fortuna, una gran dose di culo a coloro che stanno con me o che appena appena hanno flirtato con me.

Dopo di me, state tranquilli si incontra quella giusta. Potrei farmi fare una maglietta con questo slogan.

E dormite tra due guanciali, quella dopo di me è quasi sempre l’opposto di ciò che sono io.

Ciao, io sono quella che ti farà capire cosa vuoi, ma soprattutto cosa non vuoi.

Cause I’m not the kind of girl guys fall in love with and I don’t know why, or maybe I know the reason but I’m afraid to be aware about it.

Meditiamo.

Fatti e disfatti quotidiani

The day after (chiedimi se sono felice)

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Ok, ho 32 anni ora. No, non ho un fidanzato. No, non ho figli. Si, curo tutti i giorni l’elasticità della mia pelle e del mio contorno occhi. Si, vivo ancora coi miei. Penso ancora che congelarsi un ovaio possa essere un’idea intelligente. Penso ancora che la strada lesbo non sia da escludere….Fastidiose e impertinenti le F.A.Q. (Frequently asked questions) che una pluritrentenne oggigiorno è costretta a sentirsi fare, meriterebbero  risposte shock, senza peli sulla lingua, senza dare possibilità di replica.
“Quando ti trovi un bel fidanzanto?” “Zia, sono lesbica, sto aspettando che in Italia passi la legge per i matrimoni gay, ti manderò la partecipazione.” oppure “No, zia ne cambio uno al giorno, perchè accontentarsi?”. “Vivi ancora coi tuoi?” “Eh si, che vuoi farci mi pagano talmente bene che sto mettendo tutto da parte per mettermi in proprio e aprire una casa di tolleranza con giovani minorenni, mantieni il segreto però”.  Ogni anno la commemorazione della mia nascita si fa sempre più pressante e io che, per la società non sto portando a casa nessun risultato “come dio comanda”, mi domando e dico: perchè non chiedermi sempicemente se sono felice?

 

Intro - ispezione

E’ giunta l’ora di tornare

Tornare a scrivere, è ora di tornare in trincea.
La tastiera è la mia unica arma, il mio kalashnikov.
Picchiettare sui tasti è per me come premere il grilletto dei pensieri. Esplosione in bianco e nero di una mente in movimento, di lamenti e riflessioni.
Ho disertato per diverso tempo questa pagina, specchio dell’anima….Le mie parole mi sono sembrate stanche e inadeguate, quasi incapaci di rincorrere i 180 pensieri al minuto che ancora si sviluppano tra le mie meningi.

Finger Feelings

Shadows of the past

Ore 2.20, occhi sbarrati, incollati al soffitto, un aereo da prendere tra circa 4 ore.
Destinazione: ignoto, o forse riconoscibile ennesimo colpo di testa. Un respiro e di nuovo mille torsioni tra le lenzuola. Niente da fare.

Un mese fa l’incontro, inaspettato e fatale. Occhi, labbra, un bacio e da li niente più come prima, lasciando indietro storie “solide”, infischiandosene di ciò che il senso comune definisce morale o amorale, e senza paura di quel “lost in translation” che viene colmato dai 5 sensi e dall’impressione di conoscersi da secoli.
Nel frattempo chilometri di distanza riempiti dalla velocità di pagine bianche macchiate di storie, pezzi di vita immagini e suoni.
30 anni e mille domande, gli anni di “gesso”.  Anni che dovrebbero essere solidificati da rapporti con un “traguardo”comune, cosparsi invece da esperienze meteora la cui unica meta è stata il mordi e fuggi a quei vorrei ma non posso, a quei “non sono pronta”.
Partenza, pista di atterraggio lastricata da morsi allo stomaco, attese e l’agognato ritrovo. “Sei davvero tu?” “Si, en piel y hueso”.
24 ore, questo il tempo concesso,il denso sapore del tempo che sfugge al suono di due corpi che si scoprono, pori tesi al perseguimento del piacere comune, un morso di pelle che non conosco ma che riconosco… e poi mani, occhi, labbra, gambe…
Il tempo di un arrivederci al sorso di un “sei pronto a cominciare questo viaggio? A lasciarti tutto alle spalle?”. Il tempo di un abbraccio e della rincorsa verso un nuovo noi, che prende forma da luoghi che ancora non esistono e che aborrano i luoghi comuni.

Fatti e disfatti quotidiani

Facebook, status e cuori: ed è subito carta patinata. (Ebbrezza da vita di copertina.)

 

Metti  un tranquillo pomeriggio lavorativo, tendente alla routine e al tedio di sempre, 3 o 4 caffè consumati voracemente, un pc, un social network e l’intervento a gamba tesa di un ribaltone esistenziale: il cambio di status sentimentale su Facebook.

Ore 17, squillo di trombe, rombo di groane, boati di petardi “Fabiana è passata da single a impegnata” con tanto di cuoricino che chiama l’attenzione dei più distratti. Ore 17.02 scatta il primo “mi piace” ore 17.16 i mi piace sono già 18 ore 20: siamo a quota 26.

Ed ecco come il boato mediatico che solo una cassa di risonanza come un social network può dare, ti regala quel quarto d’ora (e oltre) di notorietà già profetizzato a suo tempo da un certo Andy Wharol. E’ strano, all’improvviso mi sento importante, i mi piace fioccano copiosi, generosamente elargiti da parte di chi non si capacita, da chi non ci sperava più… da chi si chiede “ma come? Di solito è un libro aperto, come mai non sapevo nulla?”,  e da chi tirando un respiro di sollievo mormora tra sé e sé “ce l’abbiamo fatta, finalmente ha messo la testa a posto”. Tutto questo condito da una sana curiosità su chi possa essere mai l’incosciente o fortunato estratto e/o coraggioso che abbia osato avventurarsi in questa valle di lacrime.

I mi piace si affollano il tam tam corre e arriva alla mia chat con domande quali “ma che combini?”, “poi mi devi raccontare”…  Grandi assenti tra cotanta dimostrazione di affetto: gli indecisi, le storie in sospeso, chi non ha mai osato e chi lancia il sasso e nasconde la mano … Che mi sia rovinata la piazza? Certamente ho scoraggiato i perditempo e disilluso chi credeva avessi mire espansionistiche nei propri confronti…

Ebbene, sono indecisa: svelare l’arcano o godersi lo spettacolo ancora un po’?

Va bene, giù la maschera, si è trattato di un bluff. Bluff che mi ha regalato momenti di ilarità, grazie, ne avevo bisogno.  La verità è che volevo vedere come si associava il mio nome a quella parolina “impegnata”, volevo vedere il cuoricino sul muro e ridere un po’. No, non di te che hai cliccato mi piace, ma di me … autoironia, a volte funziona sai?

La verità è che non vedo principi azzurri o coraggiosi masochisti all’orizzonte, non ora per lo meno … Non conosco ancora nessuno con così tanta incoscienza in corpo, abbastanza per starmi accanto.

Intro - ispezione

L’altrove che ti centrifuga

 

Toglietevi dalla testa che il viaggio serva a liberarvi, che andarsene estirpi dalla vostra testa quel tarlo che vi corrode e che vi fa vivere in cattività.

L’Africa ti scalda il cuore, ha uno specchio tra le mani e in quello specchio sei tu, lontano da tutto. Pelle e anima. Pelle, respiro e anima. Il primo respiro, all’atterraggio, ti gonfia il petto e ti restituisce aria salata, aria leggera. Il secondo è per buttare fuori il piombo che ti scorre tra le vene, per renderti conto che tutto è lontano.

A distanza di una settimana dal mio rientro mi sembra addirittura difficile realizzare che sono tornata di nuovo laggiù…E’ come essere entrata in un altro mondo attraverso una porta girevole: uno, due, tre quattro passi e di nuovo venivo catapultata nel mondo di sempre.

Tornata si, ma dopo essere stata centrifugata da volti, sguardi, mille modi di chiamare il mio nome, pelle, baci e risate…tante.

Nasi all’insù e sguardi fuori dal finestrino per catturare la maggior quantità di immagini possibile, fare scorta, fare razzia di emozioni di respiri, concentrati in stupori quotidiani fatti di gusto, olfatto, vista, tatto e udito…

Incapace di rispondere alla domanda “come è andata?”, forse più ferrata nel dire com’è tornare.

Tornare significa sezionare con mente e sguardo ogni centimetro della tua vita quotidiana e capire che ti importa poco, che salveresti poco. Significa avere il fiatone, per rincorrere non sai nemmeno tu cosa a fine giornata. Sentire che non hai abbastanza voce se qualcuno ti chiede di raccontare, le parole escono piano mentre i pensieri vanno a mille e non riuscire a trovare un compromesso per disegnare con le parole quanto è stato vissuto. Tornare, e cercare qualcosa che faccia da retina di contenimento ad una crepa che raschia. Indifferenza verso coloro che non sopportavo prima e che ora, il mio sguardo filtrato da ciò che conta davvero, non vede neppure.

 

“Tieni un capo del filo, con l’altro capo in mano io correrò nel mondo. E se dovessi perdermi, tu tira.”  (Margaret Mazzantini)