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Il mal d’Africa non è una leggenda metropolitana

Il mal d’Africa esiste davvero, e io ne sono la prova evidente e schiacciante.Lo scorso Marzo ho avuto la fortuna di fare un’esperienza unica in Senegal, tramite un’associazione di Monza, Amico Senegal, appunto.
Dieci giorni tra Dakar, e i villaggi di Kabrousse e Oussoye nella regione della Casamance.
Un gruppo di una decina di semisconosciuti equipaggiati di tanto entusiasmo e tutto il resto ignoto, come le emozioni che stavamo per vivere.
Quello che posso dire della mia esperienza in Senegal è che ho passato i primi giorni a stupirmi di ogni cosa… della natura delle persone, dei gesti ricevuti.
Era la prima volta che mettevo piede in terra africana e che prendevo parte ad una spedizione di questo tipo, mi domandavo quanto contributo avrei apportato, ma sapevo di andarci più che altro per ricevere e per condividere un’esperienza forte.
Certo è che chiedere ferie in un periodo un po’ insolito e investire un capitale per il viaggio nonostante io appartenga alla mitica “generazione mille euro” mi è sembrato del tutto naturale, qualcosa che mi apparteneva già.
Il popolo senegalese è capace di accogliere senza riserve o diffidenza, i bambini si precipitano a conoscerti, hanno un’educazione e una disciplina che non avevo mai visto prima su altri bimbi, e poi si tuffano in te reclamano la tua attenzione, accarezzano la tua pelle per studiarti per non parlare dei miei capelli biondi che per loro  rappresentavano un gioco nuovo e curioso.
Dieci giorni in Senegal equivalgono a sei mesi altrove, ci si addentra in un mondo diverso, dove anche l’approccio col bambino è differente: un occidentale appena un cucciolo piange si precipita a coccolarlo, a tirarlo su da terra…lì i bimbi crescono da soli, si accudiscono e si educano a vicenda ma lo fanno da bimbi, vivono la loro infanzia serenamente senza contaminazione da beni superflui o desideri dettati dai media, senza smania di prevaricazione sul prossimo.
Vige un senso di condivisione, persino dalle piccole caramelle che donavamo loro riuscivano a ricavarne un angoletto da “ficcarci” in bocca e questa virtù resta anche una volta adulti.
Anche il gruppo di cui ho fatto parte ha contribuito a farmi apprezzare l’esperienza, sono stata accudita, ho ricevuto tanta attenzione e sono stata coinvolta nelle attività sebbene il mio contributo fosse piccino. In un gruppo così vario ho potuto assaporare varie emozioni, vari punti di vista e questo mi ha permesso di apprezzare in maniera  più completa l’esperienza.
Mi sono innamorata dell’Africa, mi sono innamorata dei bimbi, ho scoperto cosa vuol dire essere apprensivi grazie a Nicholas, un piccino di tre anni con il quale è stato amore reciproco a prima vista e pur rischiando di cadere nella retorica provo un forte senso di gratitudine per quello che ho vissuto, per le emozioni incamerate e ormai sottopelle e per tutto l’amore ricevuto.

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5 Matte in trasferta…

Sentirsi giovani in poche abili mosse.
Prendete 5 fanciulle piene di brio, delle quali una sul punto di maritarsi, mettetele in una località di super divertimento, con mare, sole e gente altrettanto matta.
Ne otterrete un week end da panico e paura, screziato da risa, ma anche da piccole incomprensioni che condiranno anche le ore post rientro…
L’avventura parte in due tranche, una più avventurosa dell’altra. La prima ambisce a coltivare un amore spassionato per le ferrovie dello stato, sempre all’erta quando si tratta di viaggi della speranza.

Io decido di partire il giorno dopo, in macchina, scelta all’apparenza più easy, ma come me e la mia compagna di avventura, mille e un italiano condividono il nostro pensiero.  Cosi ci ritroviamo nelle fantastiche campagne bolognesi belle ma infinite…

Dopo sole 6 ore di macchina, condite da tante ciarle genuine, approdiamo alla meta, ci accoglie un omino pittoresco, tale Mauro e io mi sento a casa, catapultata nei ricordi delle vacanze di infanzia a Cattolica.
Agguantare una piadina con lo stracchino e finalmente vedere il sole la sabbia e il mare, sembrava quasi un sogno.
5 matte in trasferta: c’è da dire che Rimini ne è rimasta conquistata, di giorno ma soprattutto di notte.
5 fulminate pulzelle addobbate a festa, instancabili danzatrici e sovversive della quiete di un piccolo alberghetto a conduzione familiare…
I particolari rimarranno a Rimini…ma una cosa è certa: urgono nuovi week end del genere! :-)