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Fatti e disfatti quotidiani

Fatti e disfatti quotidiani

Quando la convinzione di essere invincibile ti abbandona

Quando la convinzione di essere invincibile ti abbandona, complice la tua schiena di vetro,  ti capita di guardarti intorno e speri di poter dire, “bè a me passerà”.

Lunedì mattina, ore 9, freddo becco e tu che cammini come una novantenne col patello, ti trovi davanti  al portone del tuo medico di famiglia sperando che freddo e attesa ti premino e che come un fluido sciolgano i muscoli della tua schiena, bloccati da una brillante mossa da kung fu Panda all’ultima lezione di fitboxe.

Giunta nell’anticamera del traguardo, la sala di attesa, un via vai di casi umani ti si palesa davanti, ognuno con la sua esigenza, ognuno col suo linguaggio e ognuno con la convinzione di avere un asso nella manica per passarti davanti, ovviamente “solo per dire una cosa veloce al dottore”.

La categoria che stravince: gli anziani che ne sanno sempre una più del diavolo. La loro ben nota esperienza  da assidui frequentatori di ambulatori fa si che conoscano ogni minima abitudine del medico, il qule è ormai diventato “uno di famiglia”. Sanno per esempio preannunciarti quando la luce del cancello automatico sta per lampeggiare  stile aurea celeste, “Il Dottore arriva sempre alle 9, poi dipende, quando ha la luna buona si presenta anche 10 minuti prima e comincia a preparare”. Si avventano come dei maratoneti alle poltrone sotto lo sguardo in grugnito del medico che già vede in quell’inizio un triste presagio per la propria giornata lavorativa. Pronti a spazientirsi se alle 9.04 il doc non si è ancora accinto a cominciare con le visite, tutto ritorna nelle righe quando alle 9.05 il povero dispensatore di cure apre la porta per accogliere il primo caso del giorno…Nell’attesa provo a riconoscere segni e sintomi degli altri commensali di sfortuna tra i quali individuo prontamente altre schiene di  vetro. L’espressione è inconfondibile, fronte aggrottata, denti digrignati e disperazione nel poggiare le chiappe su una “comoda” sedia.

Il mio calvario dopo il coronamento dell’agoniato certificato medico, termina in un fantastico studio fisioterapico. Inaspettatamente finisco in mutande, scenario corredato dal commento  goliardico “hai messo su pancia eh?”, e all’improvviso mi trovo almeno una decina di mani addosso. Trattasi in realtà di un fantastico macchinario tutto fare programmato per uccidere…ehm il tuo dolore…e il tuo amor proprio.

Dopo il trattamento da regina, mille commenti sulla mia buriggia, su quanto sono nervosa “e questo non fa bene alla tua schiena”,  e su quanto più spesso dovrei fare sesso. Me ne vado con l’impressione di essermi quasi riappropriata della mia motilità.

Ore 22.42, sempre lunedì: di nuovo dolori, e…”ecco non sono sicura che mi passerà”.

Fatti e disfatti quotidiani

Il Gladiatore del posto in metrò, ovvero “All’apertura delle porte e superata la linea gialla, scatenate l’inferno”

Pochi giorni fa ho letto un articolo tratto dal Corriere della Sera dal titolo ” Il lato giusto, il bersaglio e i «nemici» Come conquistare un sedile sul metrò”, poche semplici regole strategiche per fare in modo che le vostre reali natiche si appoggino comodamente sul “voncio” sedile dal metrò.
Ho letto attentamente cercando di carpire magici segreti, ma ho già individuato delle falle nel sistema…
Lo scenario è il seguente: Milano, ora di punta, Fabtozzi  si addentra nella foresta dei mezzi pubblici, quella terra di nessuno dove ognuno si fa giustizia da solo e si trasforma in gladiatore.
L’articolo suggerisce come prima mossa di fingersi un “civile disinteressato”, di non far emergere ai più l’aria di accanimento competitivo perchè «tutte le guerre sono basate sull’inganno». Nel caso di Fabtozzi è facilissimo, occhi a tapparella, materasso ancora attaccato alla schiena, direi che la dissimulazione può essere il suo forte.
Sul territorio di guerra stile risiko, si distinguono due ruoli principali: i civili, quelli che dissimulano, appunto, e gli aspiranti, ossia coloro che ci credono e salgono con una cattiveria degna di un’arena vera e propria.
Importante è la valutazione degli occupanti, (comportamenti e conversazioni).
– “Tieniti lontano da: quelli che si sono appena seduti, hanno un’aria rilassata («resteranno a bordo a lungo»);” > Fabtozzi ha invece l’insuperabile capacità di finire sempre davanti a coloro che sono arrivati in treno con lei e che sa per certo che scenderanno alla medesima fermata.
–  “donne incinta o anziani («almeno che la caccia al posto non abbia cancellato ogni vostra etica»)” > Fabtozzi in realtà sta coltivando in se una repulsione verso l’umanità in generale, nelle sue orecchie rieccheggiano sempre più le parole del grande Bukowski «Umanità, mi stai sul cazzo da sempre»…tutto questo non ha ancora attecchito completamente e presto tale sentimento viene vinto dal solito noioso spirito da crocerossina. Perciò, nei pochi casi  in cui riesce a sedersi, ha poi l’enorme fortuna di trovarsi davanti il povero vecchietto di turno al quale chiedere “Signore si vuole sedere?” Le reazioni non sono omogenee, spesso tale moto di gentilezza perplime la gente, che dopo un silenzio di 10 secondi , a volte risponde: “eh ma mi dispiace farla alzare”…” ma no non si preoccupi, sono più comoda  in piedi” e lo sforzo per fare un sorriso sincero è davvero enorme.
– “Marca stretto quelli che ripiegano il giornale o controllano il nome della stazione («stanno per scendere»). Il trofeo è ora a portata di mano, sul campo ci sono pochi «gladiatori» e un colpo di fortuna potrebbe premiare lo sforzo tattico: è il momento però di affinare capacità di concentrazione e lettura dei metro-comportamenti per distinguere chi si sta alzando da chi manda segnali ambigui.”
> Ecco a questo punto Fabtozzi rimane incastrata tra l’illusione che un posto si stia liberando e lo scontro con la dura realtà che vede invece la preda mettere da parte un giornale per estrarre un libro e riprendere la prorpia posa rilassata da felice passeggero.
– “Ogni senso deve essere desto. Di più: «I veterani, come camaleonti, sviluppano un campo visivo a 360° per intercettare posti anche dietro le loro spalle», spiega Mr Nelson. Ogni mezzo è buono per individuare l’oggetto del desiderio. Ma attenzione: «Quello che conta non è muoversi per primi ma muoversi con intelligenza». Anticipando le intenzioni di chi ci cede il posto (non sempre punta alla porta più vicina ma alla meno affollata): Favorendo e proteggendo il suo passaggio (e il sedile) si evita così d’essere d’intralcio e perdere preziosi secondi che potrebbero regalare il posto ad altri.”

Ora, vorrei che Mr Nelson mi spiegasse, come faccio io, Fabtozzi di prima mattina con la faccia ancora slacciata, gli occhi da orientale modellati dal sonno e dalle “Sansonite” posizionate livello occhiaie a giocare a twister, risiko e a “guerrieri” e tutto in contemporanea??

 

Fatti e disfatti quotidiani

Non hai lasciato un vuoto, hai semplicemente fatto posto a qualcosa di meglio…

E poi capita che, mentre neanche ci pensi qualcuno decida di “Jumpare” nella tua vita,lo fa quasi con prepotenza perchè da lontano ti ha avvistata come una preda succulenta.
Tu, colta alla sprovvista decidi di lasciarti trasportare e piano piano fai spazio nella tua vita all’intruso e lasci che Edith Piaf ti canticchi nell’orecchio “la vie en rose”.
Attenzione, una terribile variante potrebbe intervenire in questo scenario da “Tempo delle mele”: scoprire che l’intruso ha in realtà deciso di sperimentarsi, avete presente i video game? tutto il discorso del livello uno, livello due…recupero doppie vite e sfide varie?Ebbene, voi siete solo uno dei livelli fino a quando arriverà il game over.
Come riconoscere e prevenire? Impossibile, soprattutto se “the fake Mr. Right” vi imbottisce di sms, e se presenza e attenzioni vanno di pari passo…
Un primo sospetto dovrebbe sorgere nel momento in cui vi viene detto “eh ma si sai però io ancora non mi conosco ancora bene e perciò non faccio programmi a lunga scadenza, sai potrebbe capitare che da un momento all’altro io non abbia più voglia di vederti…”, ecco li potreste intuire che non la sta proprio buttando sullo scherzo…Ma preferite tenere chiusi orecchie, occhi naso tutto ciò che potrebbe farvi fiutare il famoso epilogo della pedata nel culo.
Ed è cosi che un bel giorno, vi alzerete normalmente per andare a lavoro, in palestra vedere gli amici, le ore passeranno e il telefono resterà muto…guardando per la centunesima volta il vostro cellulare, la fotina del vostro display vi guarderà con l’aria di dire “cazzo guardi, ancora ci credi?”.
Un disegno si farà chiaro nella vostra mente coronato da un sms che in realtà lo è di meno “scusami, oggi ho rivisto la mia ex, sono sconvolto. Spero tu mi possa capire…”. E una domanda ti sorge spontanea: perchè hanno tutti cosi tanta fiducia nelle mie capacità mentali e di comprensione?

 

Fatti e disfatti quotidiani

“E’ inutile avere una tartaruga sulla pancia se in testa hai un criceto in prognosi riservata”

Con la fine dell’estate ricomincia la stagione fitness, fa freddo, le giornate si accorciano e per chi è abituato a restare dalle 8 alle 9 ore seduto diciamo che la palestra è un toccasana per evitare l’eterno riposo del metabolismo.
E così, io e i miei prosciuttoni ci trasliamo in questo tempio del benessere col principio attivo della super attività motoria, against ogni tipo di inestetismo della cellulite e del sovrappeso.
Devo ammettere che mi piace pure saltellare qua e là su e giu da uno step con dei carinissimi manubrietti verde speranza, o prendere a calci e pugni un sacco altro il triplo più di me, ma quello che più mi colpisce di certi posti è la fauna.
Sissignori, la palestra è per antonomasia popolata da bizzarri elementi i quali sembra che passino li la loro intera esistenza e che spesso appaiono come la caricatura di loro stessi.
Regno delle Vulvas Aurea, la palestra è altrettanto ghiotta di uomini e presunti tali oltre che di minorenni assurdamente ossessionati dai loro bicipiti. E’ incredibile notare il loro sguardo sempre orientato verso uno specchio, sembrano automi con lo sguardo perso verso l’infinito e oltre mentre invece le loro pupille sono attente scrutatrici dei vari progressi raggiunti in chissà quante ore di allenamento.


C’è da dire che la sala attrezzi è una vera e propria fiera del tamarro, canotte fluorescenti che spesso ricordano solo sottili strati di tessuto tatticamente appoggiate sui pettorali.
Gel posizionato su pettinature aerodinamiche che neanche il peggior uragano o il nemico sudore potrebbe abbattere.
Su qualcuna tutto questo luccichio di muscolatura e testosterone potrebbe anche avere effetti positivi (e non parlo di me, a me piace la tartaruga cappottata…si insomma, la genuinità…) ma la prova del nove è ascoltarli parlare.
Vorrei proprio vedere la schiera delle signorine con la palettina innalzata con voto 10 quando lo zamatauro tartarugato cerca di esprimersi con parole sue anche solo su concetti di base quali:
“quanto spesso vieni in palestra?” > “bella zio, ma te quand’è che ti vieni qua a spaccare?”
“vediamo se ci sono ragazze da guardare” > “oh bella, un pò di figa qua?”

Insomma il gergo del gorillone da palestra è rapido e diretto, non si perde in fronzoli, quali possono essere le regole base della grammatica ma, più di tutto è importante il tono: trascinato e da cavernicolo con qualche risatina insipida qui e li.
Uomini mi raccomando continuate a smandrillare in palestra, dovrò pur avere qualcuno da prendere in giro mentre sudo e fatico con qualcuno che mi urla dietro stile “full metal jacket”…

 

Fatti e disfatti quotidiani

I metri quadri della disperazione (tradotto: 4 adulti nella stessa casa sono troppi!)

Home sweet home si suol dire, “Home tight home” nel mio caso.
No, non si tratta di un’opinione personale, non è un sintomo di ribellione post (molto post) adolescenza, bensì verità scientifica: 4 adulti nella stessa casa non vanno bene, soprattutto quando i tuoi “coinquilini” appartengono al tuo nucleo familiare.
Ebbene si, quando le quattro mura domestiche cominciano a “starvi addosso” e vi sentite come Alice dopo essere caduta in tentazione mangiando il biscotto “mangiami”, sappiate che non si tratta di nebbie lisergiche bensì  di un clamoroso fatto che colpisce tutti, indiscriminatamente: quando cresci (invecchi :-(() devi spiccare il volo…
Senza prendere sotto gamba gli innegabili vantaggi che si hanno nell’essere ancora “figliola” in casa dei genitori, spesso il traguardo “buco proprio” (forse appartamento è azzardato) si palesa come un miraggio in un deserto fatto di violazioni di privacy, scansione di orari non tuoi e ore tolte al sonno ristoratore delle domenica mattina  ecc. ecc.
Una volta era diverso, è vero che si usciva di casa per sposarsi e questa opzione per me è… come dire, stridente e dissonante, ma era automatico, avere un lavoro e conquistare, come si dice…quelle due belle paroline…indipendenza? Libertà?
Oggi no, non è così: quando sei fortunato riesci all’alba dei 30 ad ottenere un contratto di lavoro che sia qualcosa di più del “contratto a progetto” ma questo non ti da comunque la spinta per entrare nel mondo “dei grandi” dato che il rovescio della medaglia è ricevere quattro noccioline e una pacca sulla spalla (no, anzi, quella scordatevela) e scoprire che affittare una topaia comporterebbe la rinuncia almeno ad uno dei tre pasti fondamentali, (ad essere ottimisti)..
Ti ritrovi perciò a proseguire la tua vita da sedicenne in un corpo da 3xenne, coi compromessi casalinghi tra te e tua madre che inizia a cucinare alle 8 del mattino diffondendo profumi che diventano odori per le tue narici appena deste e per il resto dei tuoi 5 sensi messi a dura prova da hangover…ti ritrovi a passare domeniche anomale e antiriposo: svegliata dalle urla di tuo fratello che litiga per le più assurde futilità con tua madre, ti ritrovi ad essere obbligata a pranzare alle 12.30 quando tu sei sveglia da un’ora e vorresti un cappuccino, a dover dire dove vai, con chi perchè, per come prendi tu la macchina a sentirti dire “stai attenta” anche se stai scendendo solo un secondo in cantina, a doverti sentire in colpa se entri in casa con l’ennesimo cimelio da shopping utile/consolatorio, a dover vivere a metà eventuali episodi sentimentali della tua vita…(chiamiamole parentesi, suvvia…)
Sono queste le cose che ti fanno dire “anche un garage andrebbe bene”.
Cominci a sperare nella pietà altrui, non so, qualcuno al quale avanza un appartamento, qualche magnanimo cittadino coscienzioso e sostenitore della gioventù che sia disposto ad affittare per la dignitosa cifra di 250 euro al mese, a portata di stipendio da schiavo… Guardi i cataloghi Ikea e cominci a fantasticare su come renderesti accogliente il tuo spizzico di appartamento stile “ragazzo di campagna”, ma soprattutto ti chiedi come mai, ogni maledetta mattina, ti svegli alle 6.40, affronti la transumanza e la deportazione per accorgerti che ciò che guadagni ti serve giusto appunto per pagarti gli efficentissimi mezzi pubblici…
In ogni caso, quando ti senti come 2 litri d’acqua frizzante in una bottiglietta da mezzolitro, il tappo lo devi togliere….

Fatti e disfatti quotidiani

“Non si può morire dentro”

Sono le 10.31 e ti sembra di essere davanti al tuo monitor da almeno quindici ore.
Cominci a guardarti intorno per cercare di capire se il tempo si è congelato o se sei solo tu che ti stai abbronzando davanti al pc.
Colpo di scena, suona il telefono: hanno sbagliato numero, ovviamente, e pertanto per dare una sverzata agli incatevoli minuti appena trascorsi e per detergere la fronte perlata della fatica, decidi di andare in bagno, chissà mai che si incroci qualcuno per disquisire dei massimi sistemi.
“Non si può morire dentro”, è il motivetto che la tua mente inconscia ti riporta alle orecchie mentre ritorni alla tua postazione.
Tenere in cattività i neuroni può portare a differenti strade:
A – la necrosi rapida e silente dei tessuti cerebrali, con eventuali guizzi di elettricità provocati dai neuroni che si vanno a suicidare contro il filo spinato che divide ogni tipo di stimolo dalla tua vita quotidiana;
B – cominci a sentire le vocine nel cervello che ti tengono compagnia e ti spingono a macchiarti di scherzetti cattivi ai colleghi per il gusto di infastidirli e tirare le 18;
C -la cattività del neurone può fomentare l’odio nei confronti dei piani alti… (ci siamo capiti);
D -cominci a puntare l’omino che sta cambiando i filtri del condizionatore, così, per il gusto della sfida (vincerai tu conquistandolo o la sua palese omosessualità che ha fatto si che l’omino puntasse in realtà il tuo dirimpettaio di scrivania?);
E – A,B,C,D insieme più la creazione di un blog sul quale pubblicare le cose più turpi che ti passano per la mente…
Abbiate pazienza, ho il neurone in cattività…

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…e poi arrivano i piacioni…

 

Lo spettacolo che ti offre il classico piacione all’opera è davvero impagabile…
Piacione, da non confondere coi termini, vitellone, cucadores, tombeur de femmes.
Il piacione è colui che è ed eternamente sarà affetto dalla sindrome del “mi piace piacere”, appartenente alla razza del homo bellus cumvinto, persegue l’attenzione e l’approvazione dell’umanità con tutte le sue forze.
Il piacione nel corso degli anni si è evoluto e adattato ad ogni ambiente terrestre, i cambiamenti climatici non sono per lui di certo una sfida, purchè possa sguazzare in ambienti gremiti di umanità (di vario genere, il piacione può stare con chiunque, può e deve piacere a chiunque).

 

 

L’homo bellus cumvinto si adopera per cercare conferme di se stesso a livello globale, deve leggere nello sguardo altrui che è bello, che è interessante ed è per questo che la sua razza si è evoluta tra molte (contrastando quasi il record degli Hominis Sine Sferas).
Il piacione sa sempre cosa dire per lusingarti, lo guardi e lo sai che ciò che gli esce dalle labbra fa parte di un copione di 20 mila battute prestabilito per la giornata, ma tu ci vuoi credere, perchè lo splendidone ha bisogno che tu lo faccia, ha bisogno che tu arrossisca al suo passare e ha bisogno di avere dei seguaci quando al suo gesto alla Fonzie ti inviterà a bere un caffè…
Ebbene, i piacioni si distinguono nell’ambiente di lavoro con il loro assoluto savoir faire, disseminano sorrisi e saluti a destra e a manca quando, quasi ancheggiando fanno strada al loro grasso grosso ego nella navata centrale dell’ openspace, sono i prediletti dei capi, e i rubacuori della situazione.
Mai e poi mai prenderanno una posizione precisa o rischieranno di esprimere giudizi sui loro colleghi, i quali hanno la stessa importanza che ricopre la massa di elettori per un politico.
C’è sempre da imparare da un piacione, emularlo non sarà mai abbastanza facile ma prenderlo per i fondelli e giocare con il suo ego forse si…

 

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Ricordi imbarazzanti di una gioventù bruciacchiata

E’ incredibile come certi eventi della tua adolescenza che per anni hai tenuto nascosti sotto il tappeto dell’imbarazzo ora diventino talmente esilaranti e illuminanti da farti fare un collage tra le elucubrazioni che animano quotidianamente le vibrazioni della mia piccola e attiva scatola cranica e l’evolversi di un carattere che spesso riesce a stupire anche me.
Una carrellata di figuracce soprattutto legate al tema sport mi si è parata davanti e finalmente ho capito tutto, bè diciamo molto.
Da sempre, anche se non si direbbe i miei genitori mi hanno spinto verso ogni forma di attività fisica “ti fa bene, socializzi e perdi un pò di peso patata!”.
Ebbene, la mia carriera nello sport è iniziata con la ginnastica artistica, io che avevo paura persino di fare la verticale e una volta facendola mi sono anche slogata un pollice.
Arrivò il grande giorno del saggio, tutte noi con un body che portava i colori della società, blu con le strisce gialle laterali, tutte noi dovevamo indossare del tulle giallo stile tutù e fu cosi che fui protagonista del mio peggior incubo che diventava realtà: io,una bimba cicciottella con gli occhiali rotondi e le meline rosse disegnate e…un tutù immenso, di un giallo che più intenso non si può.
Quello fu solo l’inizio…
Siamo alle medie e anche li Fabiana deve fare sport, cosa farle fare se non lo sport più completo al mondo: il nuoto?
Il punto è che il mio gruppo era gremito di  marmocchi contesto in cui riuscivo addirittura ad esser la più alta oltre che la più larga…
Prima del temibile tuffo, quando arrivava il mio turno, l’insegnante faceva scansare tutti per evitare che facessi loro la doccia con il mio trionfale ingresso in acqua, si apriva un varco intorno a me, non solo in vasca…
Con il passare del tempo si allontanava sempre più anche l’incubo delle lezioni di educazione fisica, umilianti test di destrezza che mi costringevano a mettere in atto la mia più alta creatività (mal di pancia, dolore lancinante al ginocchio e schiena che crocchia) pur di svignarmela.
Ad oggi sferro calci e pugni ad un sacco sentendomi kung fu panda ma divertendomi un mondo, salto su e giu dallo step e ho scoperto che mi piace sudare e sentire gli addominali doloranti….

Fatti e disfatti quotidiani

Sentite ragazzi, questa giornata per me è cominciata male… È meglio che lasciamo perdere…

Se le parole pronunciate da Foster nel film “Un giorno di ordinaria follia”, riecheggiano o meglio rimbombano spesso nelle vostre giornate grigioblu che si sviluppano in un tappeto di nevrosi, in cui si inciampa tra un ciao e un sorriso convenzionale ed altre forme di finta civiltà che ti tocca sopportare ogni santissimo giorno, allora benvenuto nel club.
E con uno sforzo superiore ad ogni tua capacità mentale cerchi di ricordare quando è cominciata, quando hai cominciato ad assuefarti ad una pseudo normalità fatta di giornate che iniziano con insulti al volante, istinto omicida in treno dove il bon ton non è mai esistito e ti ritrovi una vecchia carampana pseudo organizzatrice di eventi che come un antifurto sente il bisogno di renderti partecipe della sua conversazione telefonica, mentre tu sei immersa nella lettura, (l’unico mondo parallelo che ti è consentito mantenere e che come un fedele amico ti offre sempre riparo).
Una volta scesa negli inferi della metropolitana dove normalmente e secondo una logica sconosciuta ai più, trovi i tropici o la siberia a giorni alterni così, giusto per il gusto della sorpresa, si potrebbero addirittura organizzare delle bische clandestine scommettendo sulla metereologia ATM.
Quando pensi che per un quarto d’ora di metro avrai finalmente un attimo di tregua, appare la temibile collega culone a tanica antipatica come un virus intestinale e soprattutto pettegola, mooolto pettegola. Al che metti in atto il vecchio stratagemma del bacherozzo, ti butti sulla schiena e ti fingi morto almeno fino a quando il bisbetico bimbendum si collochi in posizione di sicurezza: lontano lontano.
L’arrivo in ufficio è sempre tragico: ancora con la faccia slacciata ma già con i nervi a fior di pelle spesso ti imbatti in quelle persone dalle lodevoli intenzioni di socializzare e che realmente vogliono sapere come stai.
Ti soffermi, le guardi in faccia un secondo con la speranza che leggano in sovraimpressione il tuo pensiero…”Sentite ragazzi, questa giornata per me è cominciata male… È meglio che lasciamo perdere…”. speranza che puntalmente viene delusa….

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Quisquiglie e pinzillacchere

C’è chi al primo appuntamento non fa assolutamente nulla per piacerti e c’è chi invece, ti fa dimenticare che sei dotata di favella…
Questo il preambolo. Ci deve essere un filo logico sconosciuto ai più (o forse solo a me stessa), che spinge alcuni soggetti apparentemente privi di patologie psicosociali ad buttarsi nella mischia e ad invitarti fuori per poi manifestare dei comportamenti anomali, forse testare il tuo grado di adattamento.
Forse si tratta di una sorta di evoluzione della specie, chi tace e si adegua passa al secondo turno e scatta l’ulteriore appuntamento, chi rimane perplesso si ritrova come me a farfugliare per iscritto qualche panzana che possa aiutare a capire che cosa passa nella testa a chi non fa assolutamente il minimosforzo per non dico piacere ma risultare gradevole al primo appuntamento.
E’ vero non si tratta di un esame ma è vero anche che “non c’è una seconda occasione per fare una prima buona impressione”. Ma in fondo è sempre istruttivo ritrovarsi a fare il taxi all’ultimo secondo per andare a prendere il tuo “cavaliere”, fare da paravento a sguardi rivolti a dolci e giovani pulzelle e bere per dimenticare che stai buttando via alcune fantastiche ore di un mercoledi sera di fine estate.
Cialtronare, voce del verbo perdere tempo, impiegarlo in ciò che non ti interessa, questo è il risultato.


C’è chi poi involontariamente è capace di pilotare la tua temperatura interna e lascia che il tuo subconscio si ponga la domanda: “dov’è la tua proverbiale favella asciugatutti quando Mr X ti parla”?
Chi lo sa dove si nasconde, certo è che non c’è un solo centimetro della pelle che rimane asciutto…persino le palpebre cominciano  a sudare e, rassegnata, fai in modo almeno di non darlo a vedere.
Incredibile poi la scelta degli aneddoti “simpatici” da raccontare nel tentativo di risultare simpatica e intelligente tutto in una volta sola, la simpatica vecchietta che hai soccorso in Croce Rossa il sabato precedente (simpatica ma di buon cuore…) e altre innumerevoli boiate (per la serie sono bionda naturale, fuori e dentro…).
Quello che resta dopo queste figure power è un bel senso inebriante di leggerezza e allora mi chiedo se di tratti delle classiche situazioni che devono rimanere nel limbo, destinate a non concretizzarsi e dalle quali sfruttare solo l’aspetto “immaginazione” inventandosi un finale diverso ogni volta stile “sliding doors”.
Certo è che bisognerebbe impedire a Mr. X di prendere ferie, la settimana è già difficile così, figuriamoci senza il motivatore…