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Fatti e disfatti quotidiani

Fatti e disfatti quotidiani

E dalla vetta del 2013 sento una voce incitante: buttati … è porfido!

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Sono finalmente passate le feste, giorni in cui l’anello di Sauron è stato di certo il regalo più desiderato per diventare invisibile, giorni in cui un viaggio in Tajikistan ha spesso spadroneggiato tra i miei pensieri come un fascio di luce in un quadro caravaggesco. Domani, un nuovo inizio, un inizio in cui vorrei avere la dignitosa e paziente rassegnazione della carta igienica, immobile e fiera nell’attesa del proprio destino. Domani , si srotoleranno ore e avvenimenti, complici  della mia trasformazione in barattolino d’odio; metamorfosi che sfida ogni legge secondo cui un contenitore finito può contenere un contenuto infinito, dove il contenitore sono io e il contenuto è odio distillato.

Aprirò gli occhi e sorriderò alla quotidianità con la gaiezza della madre del bambino che precipita, in carrozzina, dalla scalinata nella Corazzata Potemkin. Saluterò il mondo con la stessa allegria della voce fuori campo di “chi l’ha visto?”.

Quali sono i miei buoni propositi per il 2013? Nella mia top ten troviamo rispolverare l’hobby di incitare le persone a raccogliere petardi inesplosi.

E poi … ok, ho 32 anni, quasi 33. No, non ho un fidanzato. No, non ho figli. Si, curo tutti i giorni l’elasticità della mia pelle e del mio contorno occhi. Si, vivo ancora coi miei (ma ci sto lavorando, vedo la luce …). Penso ancora che congelarsi un ovaio possa essere un’idea intelligente. Penso ancora che la strada lesbo non sia da escludere… Ma che propositi posso pormi se non quello di cercare di scrivere un futuro semplice per un passato imperfetto?  Eh già, sono tempi duri per chi apre il cuore e non le gambe, e poi …  E poi nulla, ti rendi conto che la madre dei cretini è l’unica che tromba (beata lei)… Ma per me l’amore ha i tempi del colera e perciò lo accantono un po’, forse non è cosa per me, anche perché ancora non capisco come mai dovremmo essere due metà che si completano quando possiamo restare due interi che si sommano. Anche Chavela Vargas lo diceva, “Lo supe siempre. No hay nadie que aguante la libertad ajena; a nadie le gusta vivir con una persona libre. Si eres libre, ése es el precio que tienes que pagar: la soledad” ossia “l’ho sempre saputo. Non c’è nessuno che sopporti la libertà altrui; a nessuno piace vivere con una persona libera. Se sei libero, il prezzo che devi pagare è la solitudine.” Non importa, ho un piano B come sempre: mi è capitato di prendere seriamente in considerazione la strada del gioco d’azzardo, vista la mia sfortuna diciamo … in altri ambiti 😉 L’importante è ricordarsi di non accontentarsi di aspettare, alla fermata successiva, i treni che altri hanno perso. Soprattutto NON ACCONTENTARSI. Non voglio rendere questo post il muro del pianto  e quindi smetto e sono pronta a tornare alla mia ironia distillata al realismo scoppiettante di una modernità liquida, ma del resto era parecchio che non dicevo “che vita di merda” e non vorrei che vi foste fatti l’errata convinzione che fosse magicamente migliorata.

Nuove mirabolanti avventure punzecchieranno i talloni dei nostri prossimi mesi come tizzoni ardenti, e noi, fachiri scalzi e saltellanti a sangue freddo tra giorni pari e dispari, scoppiettanti e non.  Brindiamo … Buon duemilaecredici  a tutti!

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Fatti e disfatti quotidiani

Quando una storia a distanza finisce. (Quel che resta del giorno).

Quando finisce una storia a distanza quello che rimane è il sapore della bile che impasta la lingua e un freddo addosso che dà la scossa e fa venire voglia di correre lontano fino a prendere fuoco. Quello che rimane è il conto dei chilometri fatti. Che poi i chilometri percorsi avanti e indietro sono molto meno rispetto ai chilometri che ti sei fatta tu, nella tua testa, guardando troppo avanti e pensando che tutto questo prima o poi avrebbe portato a qualcosa. Il famoso “our day will come” che tanto mi piaceva canticchiare… Ma Amy Winehouse è morta e pure la mia storia dal giallognolo color ittero di un fegato grosso così, ormai è defunta.(Ora tutt’al più potrei cantare un back to black e di certo non fa riferimento a imminenti vacanze a Capo Verde).

Incontri fugaci, impegni organizzati e incastrati a puzzle, ore e giorni divorati da un pac man chiamato tempo, il tempo sempre troppo poco e sempre troppo poco complice.

Quando inizia, invece, una storia a distanza ha gli occhi grandi di chi vuole abbracciare e fermare il tempo. Tasti consumati da e-mail, frasi parole e immagini, tante, infinite perché è come se volessi svelare il tuo mondo all’altra persona, lo vuoi portare lì vicino a te, al di là dello schermo. Mostrargli come sei, nel bene e nel male, per dargli l’opportunità di fuggire se lo desidera. E’ come se implorassi ” se devi fuggire fallo presto, fallo all’inizio quando nulla ci appartiene ancora”.

E poi niente, quelle attese in aeroporto, su una panchina accanto alle altre coppie, il vedersi sbucare all’improvviso e scoprire l’effetto che fa, se è sempre lo stesso tonfo al cuore. Il primo contatto, la timidezza del primo tatto. I baci salati che non ti ho mai dato e i tuoi concerti che non ho mai sentito dal vivo ma solo sbirciato da video parkinsoniani con la paura che mi piacessi ancora di più e con un orgoglio nel vederti suonare che mi compiaceva nel sentirmi la “ragazza del batterista”. La paura di intravedere qualche sciacquetta a sbavare sotto il palco. La gelosia, la mia. Tu non mi hai mai dato la soddisfazione di dimostrarla. Le notti insonni nell’attesa di rivederti, l’insonnia nel dormirti accanto, perché non sono abituata a dormire con qualcuno. La paura di svegliarti mentre mi giro e mi rigiro nel letto. La donna che ti ha rovinato. I crampi allo stomaco prima di conoscere tua madre, gli occhi enormi di tuo figlio spalancati su di me.

Le innumerevoli birre stappate insieme, le gare di rutti, il gin tonic e i film in italiano che ti ho propinato l’ultima volta. Le risate di quando cerchi di pronunciare la parola zucca e ti esce “suca” e io che me la rido di gusto e tu non capisci il perché. La musica, quella che piace a te, quella che piace a noi e quella che forse piace solo a me, quella dei cd che ti ho masterizzato stile adolescente che ora saranno finiti in macchina di tua sorella. Il portachiavi africano della tua prima vera casa da uomo libero. Addormentarsi sul divano e risvegliarsi sotto il peso del piumone che mi avevi messo addosso per proteggermi dal freddo. Il tuo pigiama a righe. I pacchi spediti con quel maledetto servizio di posta celere internazionale di poste italiane, l’attesa di vedere che effetto ti avrebbe fatto (bè l’ultima volta ti ha dato la stessa effervescente botta di vita  di un film muto anni ’30. )La furgoneta che non vedrò mai. Il display del telefono guardato e riguardato in attesa dei tuoi messaggi.  I saluti in aeroporto e tu che non mi perdevi di vista fino a quando non oltrepassavo i controlli. Il dizionario italiano-spagnolo costantemente sulla scrivania. Il timore di non conoscer abbastanza la tua lingua da poter interagire con la tua famiglia e con il tuo piccolo. Il timore di non essere all’altezza. Le mie lacrime, la tua indifferenza. Le mie paure, quelle paure lì che solo tu hai fatto sparire.

Giocare a far finta di non conoscerci e incontrarci per la prima volta sulla banchina in attesa di un treno e parlare in terza persona di noi, dal principio. Raccontare i nostri punti di vista. Scoprire come ti sei innamorato di me.

Quel maledetto lost in translation che mi impedisce di mandarti a fare in culo come dio comanda (ricordi questa espressione?), ora che ho addosso tutta questa rabbia. O forse quel benedetto lost in translation in assenza del quale mi sarei ben guardata dall’addentrarmi in certe situazioni. Non mi pento di niente.

Un tempo avresti sbirciato sul mio blog e tentato di tradurre quello che ho scritto. Ora so che non lo farai. Rimane solo lo scintillio e la cattiveria nonché il senso di trionfo di chi già guardava con occhio scettico o ancor di più con odio (e non esagero) la nostra storia.

E così finisce che mi ritrovo a sbrodolare su un foglio di word parole che verranno macinate dalle risate di chi troverà in questa nuova storia un ulteriore motivo per puntare il dito e dire “sei un’inconcludente”. Guardo il monitor di una stupida home di un social network che diventa  un muro stile check point e spero che non appaiano tue notizie.  Poi prendendo una boccata d’aria,  cerco di guardare al di là di questa nebbiolina e delle fastidiose luci natalizie e mi chiedo se anche a 1600 chilometri di distanza qualcuno stia facendo lo stesso.  Peccato io conosca già la risposta.

Fatti e disfatti quotidiani

L’amore ai tempi di WhatsApp. Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sulle relazioni a distanza e non avete mai osato chiedere.

 

Va bene, ora spiegatemi un po’ come sia possibile che, con tutti i fanciulli proto umani o simil tali intorno a voi (ok, alcuni sono solo portatori sani di pene) voi siate andate ad ingarbugliarvi in  una relazione a distanza ?! Dico io, è già così difficile trovare l’altra metà della mela, quando non se la sono già mangiata i vermi e voi? Niente, voi optate per la fuga e l’esportazione dei ferormoni.

Come non si sa, sta di fatto che  sia successo. Fatto sta che ora ci siete, state scalando la parete aggrovigliate ad una marea di fili scoperti, dicasi i vostri nervi e, come dice il saggio “mai guardarsi indietro, nemmeno per prendere la rincorsa”. Non avete idea di ciò che vi attende, distanze, fisiche e non, fraintendimenti, linguistici e non, interferenze di ex, aerei persi e che avreste voluto perdere (per il rientro, ovviamente).

Questo non è un campo fiorito dove i perditempo, i titubanti, quelli che vogliono “sperimentare” possono pascolare col loro cuore di panna. Gestire una  storia a distanza   è una forma d’arte, per applicarla servono le “famose” tre C convinzione, costanza e … si, proprio quelli C******i.

Una sorta di progetto, del resto perché sbattersi altrimenti, quando di tromba amici ne  potreste trovare a iosa, dietro l’angolo, che dico dietro l’angolo…sul vostro pianerottolo…

Ma c’è qualcosa al giorno d’oggi capace di abbattere, almeno in parte, almeno temporaneamente in attesa di sviluppi, le vostre  distanze: si signori, WhatsApp. A tutti voi, dotati di smartphone e pollice opponibile dico, yes we can. Ed ecco come parole, immagini suoni e persino stati d’animo diventano condivisibili, chilometri di distanza abbattuti dalla tecnologia.

Controindicazioni? Si, diverse.

In cima alla lista le paturniotiche turbolenze mentali, tipiche delle signorine in mood ciclo perpetuo, ma oggigiorno in voga anche tra i portatori sani di … Ecco, avete capito.

Se avete intenzione di leggere tra le righe un mondo che “It’s only in my head”, vivere incollate al telefono, in una realtà virtuale che vi distoglie dalla vostra rete sociale di sempre, bè lasciate perdere. A nessuno piace portarsi in giro una cera di Madame Tussauds con Samsung incorporato. Se avete intenzione di controllare quante volte la vostra “media naranja” ha visto i messaggi, si è connesso o affini, ebbene siete sulla strada giusta verso un solare esaurimento nervoso nonché verso il titolo ufficiale di spremi attributi dell’anno.

Come in tutte le cose, serve la giusta misura, non è il caso di stipulare il solito tacito e mieloso accordo, tale per cui ad orari prefissati, ci si debba sentire chissà, ripetendo le stesse banalità. Non succede nulla se ci si contatta quando e se si hanno davvero cose da dire, da condividere. Non succede nulla se a volte vi capiterà di sperimentare l’ebbrezza di un monologo whatsappiano, dove voi, con tutta la passione del caso, cimentandovi in una lingua che non è la vostra, farete di tutto per condividere i vostri pensieri e, in tutta risposta dopo minuti arriverà un “vado a dormire amore, sono stanco, buona notte”.

Fatti e disfatti quotidiani, Non solo versi

Ballata del sonno stropicciato

Ti copro col mio manto,
Mi insinuo tra le dita
Nel buio di una notte al sapore di pensieri…
Ti solletico i talloni pizzicando le tue tempie
Ti giri e rigiri  tra le pieghe di una giornata
Che ancora ti sbuffa sulla nuca
Mentre la tua testa spinge verso
L’altrove,
Quell’altrove che ti centrifuga
Dove sei stata un’altra
Con guance distese e occhi scintillanti

Sono l’insonnia,
Al sapore di bile
Sono l’insonnia,
Retrogusto un pò amaro di una giornata al veleno
Solo io so ricordarti dove sei e dove vorresti essere.
Sono io che ti sussurro nell’orecchio
senza poter mentire mai.

E se decido di abbandonarti per un attimo
mentre la pace per un attimo ti sfiora e chiude i tuoi occhi di  piombo
Una voce “Fabi, hai qualcosa da mettere in lavatrice?”.
Tua madre, caterpillar in una cristalleria,
Cesoia delle ali di un Morfeo beffardo
Che di te si è ormai scordato.
Sei, dove non dovresti essere.

Sono l’insonnia,
Al sapore di bile
Sono l’insonnia,
Retrogusto un pò amaro di una giornata al veleno
Solo io so ricordarti dove sei e dove vorresti essere.
Sono io che ti sussurro nell’orecchio
senza poter mentire mai.

Fatti e disfatti quotidiani

Dire,fare,invasare,lettera e testamento (delle passioni).

 

 

Va bene, ammettiamolo pure, quando si parla di me l’immagine più vicina ad evocare il mio carattere è forse la carta vetrata. Si, sono acida, ansiotica, nevrotica. Di quelle che “a pensar male non si sbaglia mai” (ps: se sei un bel ragazzo, non mi conosci ancora e stavi pensando di cercare una maniera di incontrarmi, ebbene, sappi che romanzo un po’ sulla mia maniera di descrivermi. Non c’è bisogno di prendere per oro colato quello che dico di me 🙂 ).

E’ che con la senilità quello che si è sviluppato in me è una sorta di sincerità, che spesso trasborda dai limiti del politically correct, per intenderci i margini entro i quali bisogna stare per essere gradita presenza in quella che è la percezione sociale globale del “volemose bene” e “piacciamo a tutti”.

Oggi la mia spiccata sincerità e il mio spirito di osservazione, (tra uno sbadiglio e l’altro di un pomeriggio post ferragosto passato a fare la comparsa in ufficio), posano le ali della loro irriverenza sul labile confine tra volontariato, costanza, impegno e vuoto da riempire, insicurezze di varia natura, voglia di mettersi in mostra e, diciamolo pure, assenza di vita personale.

Non ho mai lasciato che la mia vita fosse solo in balia dello studio all’epoca, e del lavoro oggi. Ho sempre cercato di tenere in allenamento il mio unico neurone narcotizzato dalla vita brianzola e, così ho sempre seguito la mia indole e svolto attività che mi coinvolgessero o come volontaria o sulla sfera artistica.

La cosa che ho notato è che il senso di appartenenza ad un gruppo (associazione o dir si voglia), è pericolo. Permette all’individuo di auto identificarsi in quello che fa, la sua attività non rappresenta più un arricchimento, una fonte di apprendimento bensì uno specchio per sentirsi realizzati. E allora l’effetto domino è dietro l’angolo: quello che fai è ciò che sei. Meglio se hai una divisa addosso. Quello che fai diventa argomento principe di conversazioni che tendono a trasformarsi in monologhi e perciò la chiacchierata con chi non è dei vostri non è altro che pura e semplice occasione di auto referenziarsi.

E così succede che non esisti più, il tuo tempo è dedicato perennemente a fare la stessa cosa, perdi di vista quello che è il respirare un’aria diversa, il tuo sano e sacrosanto diritto a distrarti e a divertirti  e a dire di no ogni tanto. (Si lo so sono un’eretica del volontariato). Tutto questo io lo chiamo invasamento.

Io l’invasamento non l’ho mai capito nemmeno quando facevo teatro ed ero parte di una compagnia locale. Nemmeno ora che sono volontaria di Croce Rossa da diversi anni.

Mi piaceva molto, il teatro, facevamo delle cose straordinarie che incidevano anche a livello politico sociale sia sul pubblico che sul mio percorso personale, ma un conto è avere un interesse un altro attaccarsi a quell’interesse per riempire la vita propria vuota.

Succede sempre così, mi capita di vedere persone che si attaccano ai gruppi come se fossero sette, come se per entrare ci sia stato un rito satanico con tanto di sgozzamento di quadrupede e sacrificio di vergini. Probabilmente puntano al premio Nobel per la pace pensando di mettere ore minuti e quarti d’ora a disposizione del prossimo. Quello che vedo io è solo un bulimico appetito di conferme e soddisfazioni di un ego malato, che si gonfia solo se si porta un marchio stampato sulla maglietta. Io non so fare così, forse vivrei meglio se mi trasformassi in una wonder woman targata “salviamo il mondo”. Ho sempre preso le distanze da certi atteggiamenti, ho sempre messo la giusta distanza tra me e le mie passioni per non farmi travolgere, per trovarne di nuove e per poterle condividere in maniera equilibrata.

Fatti e disfatti quotidiani

A ver como se acaba, si se acaba…

E alla fine arrivi tu. Ho visto ciò che hai fatto, sono io la protagonista del tuo crimine. Sono bastati uno sguardo e un colpo di mano per abbattere quei longevi castelli in aria, barricate di croccanti e rassicuranti “sto bene da sola”, “preferisco essere indipendente”, “oddio no, le storie a distanza non esistono, è categorico”. Ecco, appunto. Vulnerabili certezze, masticate da 1600 Km di distanza. Guardarsi, riconoscersi, “no non può essere”, “ok, addio” “ebbene, sono ancora qui”. Respiro, e qualcosa si muove. Nel verso giusto questa volta. Cosa scorre nelle vene? Leggerezza da vie en rose? No. Odio … Odio verso un nemico che ha in realtà i tratti somatici di spettri del passato. Adesso, in questi giorni almeno. 1600 Km di distanza che masticano e scompongono il rassicurante evitare coinvolgimenti, gonfiano palloni di insicurezze, basculano sul fondo di vecchie paranoie stagnanti. Mai risolte. E allora si, tu sei per me il coltello che gira e rigira in quella piaga chiamata paura e ti fa vedere tutto con una patina viola. Succede che do il peggio di me, mi pongo domande che non ci si dovrebbe mai fare e divento io lo scoglio, l’insenatura che rende questo fiume denso, che lascia che gli eventi inciampino, invece di fluire.  Giorni in cui un no vuol dire si e un si vuol dire no. Pronti a captare nelle parole dell’altro qualcosa che confermi che le mie paure sono fondate. Pronti a captare il pretesto giusto per arrabbiarsi e far sfogare lui, l’odio. In realtà è odio verso me stessa. Un mettersi in discussione che prende i miei pensieri e li fa a squame. Sotto ogni squama c’è un se, c’è qualcuno che è meglio di me. Qualcuno che potrebbe essere meglio di me, per te.  Mi fermo, il respiro si ferma all’altezza del petto, in gola un nodo. Osservo la stessa luna che guardavi tu, e che pochi minuti fa hai fotografato.  Mi dico che passerà ed è solo stanchezza.

Fatti e disfatti quotidiani

The day after (chiedimi se sono felice)

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Ok, ho 32 anni ora. No, non ho un fidanzato. No, non ho figli. Si, curo tutti i giorni l’elasticità della mia pelle e del mio contorno occhi. Si, vivo ancora coi miei. Penso ancora che congelarsi un ovaio possa essere un’idea intelligente. Penso ancora che la strada lesbo non sia da escludere….Fastidiose e impertinenti le F.A.Q. (Frequently asked questions) che una pluritrentenne oggigiorno è costretta a sentirsi fare, meriterebbero  risposte shock, senza peli sulla lingua, senza dare possibilità di replica.
“Quando ti trovi un bel fidanzanto?” “Zia, sono lesbica, sto aspettando che in Italia passi la legge per i matrimoni gay, ti manderò la partecipazione.” oppure “No, zia ne cambio uno al giorno, perchè accontentarsi?”. “Vivi ancora coi tuoi?” “Eh si, che vuoi farci mi pagano talmente bene che sto mettendo tutto da parte per mettermi in proprio e aprire una casa di tolleranza con giovani minorenni, mantieni il segreto però”.  Ogni anno la commemorazione della mia nascita si fa sempre più pressante e io che, per la società non sto portando a casa nessun risultato “come dio comanda”, mi domando e dico: perchè non chiedermi sempicemente se sono felice?

 

Fatti e disfatti quotidiani

Facebook, status e cuori: ed è subito carta patinata. (Ebbrezza da vita di copertina.)

 

Metti  un tranquillo pomeriggio lavorativo, tendente alla routine e al tedio di sempre, 3 o 4 caffè consumati voracemente, un pc, un social network e l’intervento a gamba tesa di un ribaltone esistenziale: il cambio di status sentimentale su Facebook.

Ore 17, squillo di trombe, rombo di groane, boati di petardi “Fabiana è passata da single a impegnata” con tanto di cuoricino che chiama l’attenzione dei più distratti. Ore 17.02 scatta il primo “mi piace” ore 17.16 i mi piace sono già 18 ore 20: siamo a quota 26.

Ed ecco come il boato mediatico che solo una cassa di risonanza come un social network può dare, ti regala quel quarto d’ora (e oltre) di notorietà già profetizzato a suo tempo da un certo Andy Wharol. E’ strano, all’improvviso mi sento importante, i mi piace fioccano copiosi, generosamente elargiti da parte di chi non si capacita, da chi non ci sperava più… da chi si chiede “ma come? Di solito è un libro aperto, come mai non sapevo nulla?”,  e da chi tirando un respiro di sollievo mormora tra sé e sé “ce l’abbiamo fatta, finalmente ha messo la testa a posto”. Tutto questo condito da una sana curiosità su chi possa essere mai l’incosciente o fortunato estratto e/o coraggioso che abbia osato avventurarsi in questa valle di lacrime.

I mi piace si affollano il tam tam corre e arriva alla mia chat con domande quali “ma che combini?”, “poi mi devi raccontare”…  Grandi assenti tra cotanta dimostrazione di affetto: gli indecisi, le storie in sospeso, chi non ha mai osato e chi lancia il sasso e nasconde la mano … Che mi sia rovinata la piazza? Certamente ho scoraggiato i perditempo e disilluso chi credeva avessi mire espansionistiche nei propri confronti…

Ebbene, sono indecisa: svelare l’arcano o godersi lo spettacolo ancora un po’?

Va bene, giù la maschera, si è trattato di un bluff. Bluff che mi ha regalato momenti di ilarità, grazie, ne avevo bisogno.  La verità è che volevo vedere come si associava il mio nome a quella parolina “impegnata”, volevo vedere il cuoricino sul muro e ridere un po’. No, non di te che hai cliccato mi piace, ma di me … autoironia, a volte funziona sai?

La verità è che non vedo principi azzurri o coraggiosi masochisti all’orizzonte, non ora per lo meno … Non conosco ancora nessuno con così tanta incoscienza in corpo, abbastanza per starmi accanto.

Fatti e disfatti quotidiani

TreNord è lieta di invitarvi al suo fantastico gioco-aperitivo

 

 

Per tutti gli ingenui che hanno sempre pensato di spendere i loro 37,50 euro di abbonamento a TreNord per un noiosissimo viaggio andata e ritorno casa-lavoro e per giunta in orario, ho il piacere di svelare un arcano che vi farà rimangiare i bestemmioni quotidiani che alimentano il turpiloquio time che vi vede protagonisti sui famigerati binari delle nostre beneamate stazioni.
In realtà i vostri sono soldi ben spesi, in quanto la modica cifra include il gioco-aperitivo TreNord frutto delle menti esperte di abili animatori rubati ai migliori villaggi Valtur!
Tutto comincia nel grande atrio della stazione di Sesto San Giovanni dove è stato predisposto il centro di raccolta, gli avventori TreNord, curiosi e attanagliati dal mistero del “chissà cosa mi succederà stasera” fissano naso all’insù il fantastico tabellone, che sornione lascia quell’alone di suspance e complicità per il gioco “se lo prendo lo prendo, vediamo da che binario partirà il tuo treno stasera”.
Ed è così che ti può capitare che mentre il tabellone ti stia dicendo “vadi vadi, il binario giusto è il numero 1”, una voce beffarda quatta quatta si faccia strada tra il cinguettio nervoso delle desperate housewives dicendo “attenzione, tutti sul binario 3″…Così ti ritrovi a correre e fare lo slalom gigante sui gradini per tentare di accaparrarti il posticino in prima linea per acciuffare il tuo trenino.
Una volta superata la prova binario, un’altra sfida dietro l’angolo, “il gioco della porta”, la sfida, che prevede più gradi di difficoltà consiste:
A- nell’individuare il punto esatto in cui il treno ti si fermerà davanti, aprendoti le porte del buon umore,
B- schivare le porte rotte.
In pochi ce la fanno, molti vengono squalificati per aver barato lasciando segni strani sulla banchina la sera prima, per evitare tali azioni disoneste difatti il capotreno non si ferma mai allo stesso punto e così il gioco si complica perchè i partecipanti dovranno correre agilmente da un punto all’altro inseguendo le varie vie di entrata e, talvolta, perché no, inventarsene di alternative.
Una volta a bordo, TreNord vi accoglie con una confortante temperatura equatoriale, molti affermano di aver avvistato antilopi e gazzelle occupare posti riservati ai mutilati di guerra, altri hanno intravisto paperelle e braccioli nella borsetta del controllore.
TreNord è inoltre lieta di stimolare in voi allucinazioni extrasensoriali diffondendo odori di varia natura, da kebap, pizza gorgonzola e cipolla e passato di verdura andato a male. Diciamo che questa è più una prova di sopravvivenza darwiniana, solo i migliori possono farcela senza svenire e, una volta sopravvisuti, anche all’effetto sottovetro e aver provato la magica ebbrezza di sentirsi come un’oliva in un barattolo, l’ultima prova: il gioco della sedia.
I veterani asseriscono di aver affilato le proprie armi sviluppando tecniche elaboratissime (seguendo per altro i tutorial su youtube prodotti dall’FBI)per riconoscere chi tra i vari passeggeri scenderà alla prossima fermata, in modo che una volta imburrato per bene potrà sgusciare e sedersi.
Il gioco purtroppo finisce quasi velocemente e il capolinea tarda poco ad arrivare. I passeggeri scendono quasi rattristati ma con l’eterno quesito “Chissà TreNord a cosa ci farà giocare domani…”

Fatti e disfatti quotidiani

La sostenibile leggerezza dell’essere quando pronunci “chissenefrega””

 

Esiste una regola cosmico-esistenziale che prevede un fastidiatore fisso, che con una precisione chirurgica ha la capacità di irrompere all’improvviso, chissà forse come segno divino per mettere alla prova la resistenza dei tuoi nervi, se resisti e innalzi il tuo record di boiling point in palio per te ricchi premi e cotillon.
In preda al torpore davanti al vostro pc, la giornata lavorativa si è srotolata tra scene di normale amministrazione, risate tra colleghi, la rassicurante conferma che il collega xy dopo un barlume di speranza ha ricominciato ad ignorarvi passandovi attraverso con il suo sguardo…
Nè vinti nè vincitori, qualche soddisfazione qui e li…lavorativa e non…

Ma sul più bello quatto quatto all’improvviso arriva lui, l’unico insuperabile palle di burro (noto appartenente alla specie Hominis Sine Sferas) che con un insolito guizzo negli occhi che rompono la monotonia del suo consueto stato catatonico con fare di sfida esordisce con “ho fatto una pensata” (e già vedi l’inculata arrivare a gamba tesa da dietro l’angolo, con seguente principio di Vaffa sulla punta della lingua nonchè un barlume di stupore “pensata…deriva dal verbo pensare…oddio e tu cosa c’entri con questo verbo?”).
In quel momento sei ad un bivio: ascoltare e eruttare come un vulcano, oppure guardare la scena togliendo l’audio e assaporare la saziante voce interiore del CHISSENEFREGA che sfama ogni convulsione di rabbia.
Poter scegliere di non farsi scalfire, incredibile sensazione che appare come un neon sulla faccia, un sorriso involontario quanto automatico ti illumina e pensi “ma a me che cazzo me ne frega?”. Scegliere di non dare spazio al disprezzo.
Chissenefrega…la lingua scivola da sola,
Chissenefrega di palle di burro e dei suoi giochetti di vendetta.
Chissenefrega se la sua valletta “Saggina” se lo rivolta come un pedalino pensando di arrivare chissà dove con torbidi lavori “sottobanco”…
Ho il cuore lontano lontano e la testa avvolta dalle urlacchianti soddisfazioni, progetti andati in porto. Amicizie, vecchie e nuove, consolidate.
Chissenefrega, impasta la bocca di leggerezza, parola chiave che chiude fuori dalla porta i molestatori e fa iniziare la festa a ciò che realmente sono…
Un chissenefrega è un pò come surfeare, dominare l’onda e non annegare nel mare del superfluo.