Browsing Category

Fatti e disfatti quotidiani

Fatti e disfatti quotidiani

Fighe di legno unitevi in un favoloso parquet!

rawpixel-com-569600-unsplash

 

Vorrei condividere con voi un argomento che mi sta molto a cuore e difendere una specie di solito lapidata dalle male lingue femminili, si tratta delle vulvas aurea, più comunemente note come fighe di legno. Il pensiero popolare è spesso portato ad accomunarle tutte, a fare di tutte le vulvas un fascio, ma non tutti sanno che sebbene siano accomunate dalla parsimonia nel dispensare attenzioni al prossimo, la “vulvas aurea” si districa e si insidia in ogni tipo di ambiente, non ha un habitat definito, anche se in realtà dà il massimo di se in ambienti mondani ed esclusivi e ogni qualvolta ci si trovi ad accaparrarsi una posizione di rilievo senza arte né parte o beni materiali spesso finanziati da hominis sine sferas di cui tratteremo più avanti.

Sono tre i tipi di fighe di legno al momento conosciute sul territorio nazionale:
1) Vulvas aurea, le originali, Coloro dotate di un trepiede, due gambe e uno stecco ducale nel deretano che permette loro di mantenersi in posizione eretta anche in caso di forti raffiche di vento, qualunque cosa accada. Non sorridono mai, (è risaputo che sorridere è da plebei e in più attira gente di ceto sociale “diverso”, ah non dimentichiamoci che mina l’aspetto del contorno occhi);sguardo perso nel vuoto, indifferente al resto del mondo, spesso nascosto da un bel paio di occhiali scuri, (più grandi sono, meglio è);
2) Vulvas porcellanea, quella che è in attesa di un principe azzurro e pertanto se la tiene bella stretta, come una sorta di bomboniera che consegnerà a chi corrisponderà in ogni suo dettaglio a colui che sta attendendo fin dalle scuole elementari. Fondamentale che piaccia alla Signora Madre, l’accumulo di polvere vaginalis è contemplato in attesa del bastoswifter che debellerà anche i pulviscoli più ostinati. Il vero amore trionferà, a patto che lui sia alto bello moro, occhi verdi, laureato e con un ottimo lavoro e posizione sociale. Ah l’amore…
3) Vulvas wannabe. Si credono caviale ma sono null’altro che tuberi emersi dal terreno dell’ipocrisia. Allevate da madri che ambivano ad un futuro da soubrette ma rubate al mondo dello spettacolo per un concreto stipendio erogato dal lavoro nei campi, le wannabe in adolescenza bruttarelle e poi sbocciate, vengono educate con l’efficacia di chi è timorata di dio e se la tiene ben stretta come un’ostrica intrappolata nella sua conchiglia ma che se potessero e se la loro madre approvasse, te la tirerebbero dietro come la pasta di Gragnano alla Lidl.

Sarebbe facile, ora caricarsi come un fucile a pallettoni e snocciolare frasi di odio e sberleffo nei loro confronti, ma va considerato che hanno sortito nella vita della maggior parte di noi una sfida che ci ha portato ad essere quello che siamo, nel bere e nel male. Forse non tutti sanno che le fighe di legno stanno all’ecosistema come gli opossum nella catena alimentare. Non odiamole ma impariamo ad amarle e a riconoscerle. Ora per esempio se siete in treno, alzate lo sguardo , sono certa che sono anche intorno a voi!
Ci hanno fiancheggiato ai blocchi di partenza al principio della nostra vita amorosa, al principio della nostra femminilità consapevole e sono state e tutt’ora sono per noi, la spinta per far si che si siano sviluppati dei diversi punti di argomentazione. Badate bene, non sto dicendo che grazie alle vulvas aurea ho puntato tutto sulla simpatia, no questo no. Ma per il fatto di non ottenere tutto facilmente, nemmeno la banale attenzione del ragazzo che mi piaceva, ho dovuto accumulare una compilation di figure di merda che ora fanno si che io mi destreggi talmente bene in gaffes, conversazioni di dubbio livello culturale, e che sia dotata di incontinentia verbale talmente affinata da affabulare il prossimo e questo mi ha dato tante di quelle soddisfazioni e pensate mi ha addirittura portato a riprodurmi con qualcuno che si è addirittura innamorato di me. Nonostante tutto. Forse avrei dovuto impegnarmi di meno.

Fatti e disfatti quotidiani

Maternità punto e a capo – (Ciò che Piero Angela spiegherebbe e Michael Corleone risolverebbe)

dawid-sobolewski-285650-unsplash

Maternità punto e a capo. Due linee rosse che promettono grosse novità ma che allo stesso tempo, una volta varcate, saranno il vostro stargate verso un protoumanesimo che non vi sareste mai immaginate.
Parliamoci chiaro, avevo già dei grossi problemi di fiducia nel prossimo da quando mio padre uscì per comprare dei pasticcini e tornò a casa senza pasticcini, ma no, non si tratta di questo. Non si tratta nemmeno dei soliti luoghi comuni su noi, donne gravide e in preda agli ormoni che hanno pagato il giro prolungato sul Velociraptor. Non si tratta della carenza della vostra attività motoria preferita, ossia dormire, e non è perché ogni volta che tenterete di stare su un fianco vi sentirete come una Passat Variant che in curva perde il carrello della roulotte.
Tutto questo non vi incattivirà abbastanza, sarà invece una folta schiera di seguaci del qualunquismo e vuoto a perdere, delle particelle di sodio solitarie che vi verranno a cercare vi percuoteranno i nervi e vi imporporiranno la fantasia.
Cercherò ora di elencare una serie di casi specifici, voglio che vi sentiate preparate quando tutto questo accadrà proprio a voi, e non sarà frutto di allucinazioni da acido folico.

IL BESTIARIO

Dovrete ben presto rendervi conto che quando darete l’annuncio della piccola entità che risiede dentro di voi, gli elementi che secondo il famoso criterio di notiziabilità daranno vita a facili e falsi entusiasmi (ma soprattutto a facili incursioni nei cazzi vostri e perle di saggezze non richieste che non avranno altro effetto che caricarvi la batteria del vostro proverbiale ed elegante “Cazzochevenefrega”), saranno incarnati dalle solite stesse domande che tutti e dico tutti vi faranno fino allo sfinimento manco fosse il KGB a volerlo sapere :

Ma è successo o lo avete programmato?

Questa è la domanda che vi sentirete fare perlopiù nel primo trimestre, quasi sempre la prima volta che lo direte a qualcuno. Vi sembrerà quasi che, la vostra risposta sarà come il termometro per capire se rallegrarsi, fare finta di rallegrarsi o dispiacersi alla notizia. La particolarità è che quel qualcuno che vi porrà la domanda non sarà un parente, non sarà la tua amica di infanzia ma sarà un proto umano che varierà in una scala di colori di appartenenza alla vostra vita e alle persone a cui tenete che va dal “chi ti conosce?” “Si ti vedo in treno ma fino a 5 secondi fa ti evitavo come una mina antiuomo” “si ti vedo in ufficio ma non è colpa mia” a “ah si, il tuo parere lo puoi appoggiare li, accanto al secchiello dell’umido”.
Siate pronte a questo quesito, io proporrei la seguente argomentazione: “dunque in realtà pensavamo che se si chiudono gli occhi mentre si fa all’amore e poi non ci si guarda fino all’indomani, tenendo in bocca una pasticca raffigurante la Madonna di Medjugorje non sia possibile rimanere incinte ma forse abbiamo sbagliato il gusto delle pasticche”. Oppure “è tutto programmato. E’ tutto parte di un piano per mettere al mondo il maggior numero di persone dotate di cervello e impadronirci di questo pianeta” e così via. Pensateci.

E’ maschio o femmina? Ma tu cosa ti senti? Ma tu cosa vorresti?

E’ vero, di regola non si da la grande notizia prima dei fatidici tre mesi (anche se c’è gente che è riuscita a sostenere il contrario, ve lo giuro, asserendo con stizza che avrei potuto dirlo prima, in effetti avrei potuto affacciarmi al balcone e mostrare a tutti il test di gravidanza), ma altrettanto vero che è spesso troppo presto per sapere il sesso del nascituro, nel mio caso lo abbiamo scoperto al quinto mese. In tutto questo, un altro elemento che attanaglierà le “menti” anche di chi fino al giorno prima non ti si filava di pezza è sapere se la nuova vita avrà il pisellino o la patatina e tu, costretta per dovere di cronaca a dire “non lo sappiamo ancora”, darai vita allo snocciolamento delle peggio cazzate che nemmeno da sbronza avevi mai osato udire: gente pronta a scommettere che sarà femmina, solo guardando la forma della pancia (per altro nei primi tempi non ancora così evidente ma magari solo piena di gas) o perché è ormai noto a tutti che il motivo per cui restavi chiusa in bagno tutte le mattine e ne uscivi con l’occhio Simpson erano e sono le nausee mattutine. “Allora vedi che è femmina? Del resto si sa che sono le femmine a dare più problemi.” Gente pronta a giocarsi un buono sconto per una confezione di sapone intimo alla Coop pur di dire “ah vedi io lo avevo detto”.
Le peggiori (o i peggiori, per par condicio anche se sono le donne che danno il meglio in questi frangenti), sono quelle che ti dicono “Io voglio che sia un maschio, scherzi? Non vedi che le ragazzine di oggi sono tutte mignottelle?” “Inclusa tu e tua sorella?” vorresti rispondere, ma non puoi e allora ascolti anche il parere degli altri astanti che invece sostengono “No è più bello avere la femminuccia, così poi la puoi vestire”, del resto è noto che i maschietti invece li mandi in giro nudi. Tu ascolta, sorridi e annuisci, non ti curare di chi ancora non capisce che a te maschio o femmina “da igual” perché è altro ciò che realmente conta.

Ma quanto manca?

Ormai sei a casa e hai creato la tua piccola routine, cerchi di leggere di più, segui corsi online e non ti fai mancare un po’ di movimento perciò nella tua quotidianità esiste anche il momento della passeggiatina. E’ in quel frangente che cominci a chiederti se per caso abbiano inventato un Truman Show cucito su tua misura. Ci sono persone che incontri ogni giorno, nello stesso identico punto dei giorni precedenti capaci di chiederti ogni santissima volta: “Ma quanto manca?” e magari tu sei ancora al quinto mese. A questo punto proporrei la seguente strategia e di rispondere con solenne serietà, occhi che si strizzano mentre lentamente esegui uno squat misto a un demi plie “aspetta aspetta, sta succedendo qualcosa” e poi con sottofondo rumoroso correggersi dicendo “ah no, scusa è che soffro di aerofagia da quando sono in gravidanza” dare le spalle (il lato più pericolo di te in quel momento) e andare via.
Di non poco conto gli sguardi preoccupati di chi vede nelle tue enormi dimensioni una bomba ad orologeria. “Sei bella grossa eh?!”, “Chissà come pesa”, “Sei sicura che è solo uno?”, “Ma no, mica ci arrivi fino al termine”.
La mente di una donna in gravidanza è delicata, sensibile. Così a furia di sentire stronzate di ogni sorta,piano piano ti convinci che il tuo bambino nascerà all’improvviso, frutto di una deflagrazione tra il nusco e il brusco mentre sei in coda dal panettiere o in farmacia, o mentre stai facendo il bagno, creando uno scenario da affonda la flotta urlando “Cioccolatooooooooooooooooo!!!!” (del resto è figlio mio).

IL BELLO PERO’ DEVE ANCORA ARRIVARE

In un sottobosco costellato di domande ripetitive che vi faranno sentire una vip in sala stampa e di gelataie esperte in grado di dirvi esattamente quanto manca allo sgravo a seconda dell’altezza del pancione, noterete come, nessuno, eccetto una piccola minoranza in via di estinzione, abbia mostrato reale interesse verso il vostro stato di salute. Le poche volte in cui vi verrà chiesto vi sembrerà talmente strano che, per non deludere le platee, comincerete a trovare racconti interessanti persino sul vostro bel reflusso gastrico e sulle nausee mattutine che per mesi vi hanno viste abbracciate al cesso cantando “non son degna di te”.
Abbandonate ogni speranza di ricevere inviti, aperitivi e serate che, per quanto difficoltosi a causa della narcolessia che vi ha preso per mano sin dai primi mesi, sono già stati banditi dalla vostra vita sociale da parte di chi ha deciso che ormai siete zavorra, “che palle ora questa parlerà solo di bambini, vomito e pannolini”.
Ma poi ad un certo punto, chi se ne frega di voi e della vostra mongolfiera installata al posto degli addominali quando si può indagare su chi ha avuto il coraggio di ingravidarvi?

Cosa fa? Che aspetto ha? E’ figo? Quanto guadagna? Ah ma sa cucinare! Ah ma che carino è anche musicista! Vi siete fottute da sole, avete raccontato troppo di lui a gente che non se lo merita e ora vedrete quali sono le conseguenze.

Che stiate annunciando una dolce attesa o un imminente matrimonio per alcune sarà una sorta di affronto insopportabile, perché voi prima di loro? Perché voi si e loro no? Alcune se ne faranno una ragione, altre per farsela dovranno rendervi nel loro immaginario una di quelle cause di cui anche Amnesty International si sarebbe voluta far carico con tanto di attestato “Grazie per il tuo sostegno” tanto da sentirsi in diritto o dovere di ringraziare chi sta costruendo un futuro con voi e perché? Perché vi rende felici. Che strano, ho sempre pensato che le cose si facessero in due e ognuno apportasse il proprio contributo.
Potrebbe capitarvi da parte di chi ancora non si da pace,è che, nel tentativo di darsi una spiegazione plausibile, metta in pratica una strategia bellica decisa a tavolino con la Corea del Nord che possa permettere l’avvicinamento a colui che ancora non si capisce perché, ha scelto proprio voi.
In un mondo dove spesso la ricerca di un fidanzato diventa un po’ come la competizione per accaparrarsi l’ultimo appezzamento di terra coltivabile stile “Cuori ribelli”, è incredibile come chi si sia permesso addirittura di fidanzarsi e imbastire una vita di coppia, debba veder sottoposto il proprio partner ad una vera e propria vivisezione psicologica da parte di chi da mesi non vi calcolava (e che in fondo non sa molto neppure di voi).
E’ strano come in certi fenomeni una cosa bella come una relazione e un bimbo in arrivo riescano ad innescare una reazione simile a quella delle protagoniste del film “The wedding party” (guardatelo, è istruttivo).
Piero Angela avrebbe una spiegazione a tutto questo, Michael Corleone una soluzione.

« Una cosa che ho imparato da mio padre è che devi cercare di pensare come chi ti sta intorno, se consideri questa prospettiva ogni ipotesi è probabile. » cit. “Il Padrino”

Fatti e disfatti quotidiani

Dall’utopia della tazza punk alla dura realtà dello sciacquone dei cetacei di sopra.

tim-mossholder-563296-unsplash

Arriva un momento in cui si passa dal sognare di avere una casa tutta propria, dai meandri della propria cameretta, con la faccia sprofondata in un peluche, ad avere una casa tutta propria.
Una pioggia di eventi per una volta non tutti provenienti dalla tua affezionata corrente di sfiga personale, si fa complice et voilà, ecco il capitale (gentilmente offerto da mamma e papà), ecco la casa che sembra corrispondere alle tue esigenze e a quelle del tuo portafogli.
Miracolosamente la banca ti concede il mutuo malgrado il tuo stipendio, malgrado tu ti stia imbarcando in questa tortuosa avventura da sola e malgrado abbia controllato i movimenti dei tuoi ultimi 30 giorni (e quindi nonostante saltino all’occhio ingenti somme di denaro donate a Tezenis, Kiko and so on). Divisa dal desiderio di farcela e quello di fare marcia indietro, tutto comincia e sul tuo scenario quotidiano appaiono personaggi e situazioni di cui non immaginavi l’esistenza. Vivi tutto in un limbo dorato come se non stesse accadendo a te, come se fosse parte di nebbie tue lisergiche e tutto fosse parte di un programma dei Teletubbies, questo perché la maggior parte delle volte, quando si tenta di spiegarti le cose, tu non capisci un cazzo.
Così cominci a scoprire di che cosa si occupa realmente un notaio, scopri che forse tu stessa avresti dovuto diventarlo visto i dobloni d’oro che ti tocca tirar fuori solo per dargli il pesante incarico di farti autografare pagine e pagine che ti inguaiano per il resto dei tuoi giorni.
Il tuo musetto da cocca di papà in fase post post post adolescenziale sbatte con tutte le gengive contro la dura realtà di gente disonesta, che punta ai tuoi capitali che fino a poco fa usavi per viaggiare, comprarti gli orsetti Haribo e per farti applicare lo smalto semipermanente, ma non importa, tu continui a vivere la tua marcia verso la libertà come Nicole Kidman e Tom Cruise nel film “Cuori Ribelli”.
Fa nulla se hai una colonna portante in mezzo al soggiorno, del resto non può forse diventare un palo della cuccagna o un palo per imparare a fare pole dance? Che importa se mancano i punti luce, del resto non è forse questa una buona occasione per rivolgerti all’aitante elettricista che fino a ieri vedevi solo di sfuggita a casa dei tuoi? Che importa se la tua cucina è stretta e lunga e bisogna darsi il cambio per entrarci e il tuo bagno invece è cosi ampio e spazioso da poterci organizzare un bigodino party? Del resto è la conferma che Jerry Calà non è l’unico che può installare una tazza punk nel proprio bagno per ovviare all’annosa questione dei rumori molesti!
Comincia la tua avventura, finalmente abbandoni il tetto materno per finire laggiù, lontano dove non ci si può più pensare, ovvero dall’altra parte del giardino condominiale, (in effetti per fare il trasloco ti sono bastate due buste maxi dell’Ikea trasportate nella discrezione dei garage sotterranei come una tartaruga ninja).
La verità però è dietro l’angolo, le mura di marzapane del tuo dolce angolo di cielo, diventano mura di crackers che fanno in modo che tu senta ogni singolo sbattere di ciglia di ogni forma vivente presente nel palazzo. Ti accorgi che vivi in un edificio che ti fa venire in mente Dottor Jekill e Mr Hyde, da lontano normale palazzina di pochi piani, silenziosa e tranquilla, da vicino il braccio di massima sicurezza di Regina Coeli. D’improvviso ti perdi in un pensiero filosofico e profondo: “Perché mai avranno chiuso i manicomi?” e il tuo scenario magico e scintillante passa dai Teletubbies ai Gremlins, dagli unicorni alle perfide aspirapolveri volanti e affamate di sangue che prendono vita in momenti inaspettati ma individuando con una precisione da cecchino il momento esatto in cui stai dormendo meglio.
Sapete però quale è per me la cosa peggiore? Quasi peggio di scoprire che Babbo Natale non esiste e che Charlie Sheen è sieropositivo? Scoprire di vivere nello stesso condominio dei pazzi cetacei con i mattoni ai piedi, di dover frenare ogni reazione di rabbia grazie al ricordo di Olindo e Rosa, e il dover passare dal sogno della tazza punk alla dura realtà dello sciacquone dei facoceri di sopra, puntuali come la morte, ogni mattina alle 6.

Fatti e disfatti quotidiani, Intro - ispezione

Io sono quella che non sa fumare.

jurica-koletic-321003-unsplash

Io non so fumare. Mi piace il sapore del fumo che si intreccia con i tessuti, sa di immagine lontana di qualcosa che non può tornare. Sa di labbra che pungono al dolore di barba, recisa come i fili di un mischiarsi che ora sa solo di ossa decomposte, di avanzi che stai spingendo giù nel sacchetto dell’umido con la forchetta. Invece finisce che con quella forchetta resti arpionata e poco a poco smagli la calza corazzata del tuo “ce la posso fare”.
Io sono quella de “L’amore é una voragine travestita da pozzanghera, ci saltelli spensierata dentro e poi finisce che ti vengono a recuperare i sommozzatori.” Eppure una volta la persona giusta l’ho trovata: avevo 11 anni e stavo giocando a “Indovina chi”.
Io sono quella del crederci sempre, arrendersi mai , porca troia a volte. Guardandomi intorno, non ci trovo nulla di naturale in questa selezione. Darwin, abbiamo un problema: a quelli che “amo circondarmi di persone intelligenti”, vorrei dire “grazie per averci lasciato in giro solo coglioni”. Io sono quella che inciampa di continuo in individui convinti di essere interessati a me, alcuni sono persone, altre direzioni, spesso opposte alla mia. Ancora non capisco com’è che incontriamo sempre gente senza cuore, senza cervello o senza coraggio? Cazzo siamo, Dorothy?!
Incespico in gente in grado di una sola cosa: evocare in me l’immagine dell’anguria: mi piace, ma ci son tanti piccoli scassamenti di cazzo che sommati fan si che io scelga altro.
Il mio metodo anticoncezionale preferito? La virgola, seguite il mio ragionamento:
- Io non faccio sesso sicuro.
- Io non faccio sesso, sicuro.
Ecco, lo vedete che la virgola è un ottimo rimedio contro le malattie veneree?
Ho sempre pensato che il pandemonio fosse un panda cattivo, mi sbagliavo, il pandemonio è quello che si trova nella mia testa, irrequietudine allo stato puro.
Stato sentimentale: 50esimo giorno di dieta. – 8 chili, -10 cm qui e lí, 0 carboidrati, 0 alcolici, la misantropia che scorre nel sangue. Lor signori capiranno che si fa necessario “un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente, diciamo, flessibile.” Come hobby colleziono consigli di vita e su regimi alimentari non richiesti che non fanno altro che alimentare le batterie del mio fottesega luminoso.
Le feste sono in avvicinamento, l’anno scorso sono sopravvissuta ad una non fine del mondo, ad un Natale e al Capodanno, mi sono sentita immortale. Quest’anno, invece di scrivere una lettera a Babbo Natale, ho scritto una lettera ai Corinzi, attendo una loro risposta con la stessa rassegnazione della carta igienica lì appesa al rotolo, un attimo prima che un lembo ne venga strappato. Intanto, per rimanere tonica nelle settimane dell’Avvento eseguirò genuflessioni su una mano sola.
Ah, a proposito, se mi cerchi, a Natale, mi troverai nel presepe vivente. Sarò il muschio.
Buon Natale.

Fatti e disfatti quotidiani

La mia non vita amorosa.Parte Prima. Dalla pozzanghera esistenziale all’epoca dorata.

kristopher-roller-188180-unsplash

E’ un po’ di tempo che non scrivo, c’è la diffusa convinzione che si scriva molto di più solo nei momenti di acuta sofferenza. Tuttavia non vorrei che vi foste fatti l’assurda convinzione che la mia vita sia magicamente migliorata. Io e i miei pochi neuroni, siamo qui riuniti oggi per affrontare l’annosa questione della mia non vita amorosa, del resto vi ho già parlato delle mie tette, perché non affrontare anche questo argomento senza speranza. Il 2013, sebbene sia solo a metà, è stato lucidato da varie sfumature, sono rapidamente passata dalla luccicante nota di colore di persona non single ma piegata dal peso di una relazione a distanza a quel marrone verdino acido della pozzanghera esistenziale in cui anneghi quando senti dire le seguenti parole “non sono pronto per una relazione” e per di più ti accorgi che stanno parlando con te. Andrebbe tutto bene se tali parole arrivassero dal ricciolino dalle creste iliache interessanti (il cui nome di certo inizia per F ma del quale però al momento ti sfugge il seguito), alle 3 del mattino dopo che ti ha appena fatto una bella pulizia dei denti con analisi del tessuto epiteliale annessa. No. La doccia fredda ti arriva da lui. Da quello che era l’amore con la A maiuscola. El novio. Quello per cui avresti ucciso e forse lo faresti ancora. L’amore, quello maturo dei tuoi trent’anni, grazie al quale hai scoperto di avere un’apertura mentale che supera check in e metal detector, ex mogli e figli con la stessa disinvoltura con cui Chunk fece amicizia con Slot. Parole a cascata ti cadono sulla testa, la delicata manina dell’amore delli mortacci tua tira la catena, e parole a cascata ti cadono addosso, ma l’effetto non è poi tanto sexy quanto Jennifer Beals nei panni di Alex di Flashdance. Più che altro hanno la stessa grazie di una tubatura che si rompe al tuo passaggio sotto il ponte della stazione.
Amare è un po’ crepare, questo lo sappiamo, ed è così che con le pive nel sacco te ne torni nel tuo paesello di mediocrità, ricominci la tua vita, ti lagni con le amiche e segui il flusso degli eventi. Fino a quando un giorno, decidi di uscire dalla dimensione flanellata che ha incartapecorito i tuoi week end ed esci. Esci e scopri che piaci, che la gente ti guarda e non perché sembri passata dalla galleria del vento. Ti guarda perché piaci. Ci sarebbe una precisazione da fare, il primo giro di approcci vede sempre protagonisti i morti di figa che non la vedono dalla nascita, pertanto sappiate che nella vostra scollatura loro già vedono un invito a tuffarsi in un mare di banalità da dire, da fare e da pensare. Voi non scoraggiatevi. Avete presente quando vi scottate e vi penzolano lembi di pelle dalle parti più impensate del corpo? Ebbene gli mdf sono solo i lembi da scrostare. Voi aspettate pazienti il secondo giro, quello in cui si avvicina il tizio che avevate già notato all’ingresso, quello che si, lo avete visto voi ma la prima mossa la fa lui. Vi sembrerà di trovarvi nel video di It’s raining man, ma la Geri Halliwell sarete voi. Non stupitevi se vi capiteranno situazioni esilaranti, che vi vedranno protagoniste delle attenzioni di un audace cameriere, che impavido e senza chiedersi chi sia il vostro accompagnatore, vi si struscerà come un gatto in piene fusa, con abile gesta vi riempirà di vino e con un triplo salto carpiato riuscirà a portarsi via il vostro numero di telefono (che voi sapientemente gli avrete lanciato stile occhi di gatto, mica siete le Lucia Mondella della situazione, che diamine, andiamo incontro a sta lussuria, ehm fortuna). E’ cominciata l’epoca dorata, la fenice riemerge dalle ceneri e siete un po’ come il velcro delle scarpe che si chiudono a strappo, l’unica cosa è che ci sono tanti piedi che vi si vogliono infilare … Gioite, luccicate e ponderate signore…

Fatti e disfatti quotidiani

Più che una prima, la chiamerei retromarcia…

Ho deciso che siamo oramai sufficientemente in confidenza per parlare di un argomento che mi sta molto a cuore: le mie tette.  Lo so che non è giusto parlare delle assenti (cit.) ma l’argomento spesso attanaglia la mia mente e si da il caso mi stia molto a cuore. Ci terrei a fare una premessa: vengo da una famiglia del sud. Lì tutte le donne sono portatrici sane di seno. Alcune hanno anche il porto d’armi per la loro ottava misura. Ho visto donne usare l’incavo delle proprie tette come una borsa da viaggio stile Mary Poppins. Avete presente  la classica conformazione mediterranea? Fianchi burrosi, un decolté rigoglioso …  Nel mio caso, qualcosa deve essere andato storto se, quello che deriva dalle mie origini del sud e una vita passata al nord è l’innesto tra una Bialetti da 6 e una giara, fianchi si, tette no (forse mi stavo smerigliando il gargarozzo con un discreto numero di medie rosse all’epoca della scelta della coda esatta di distribuzione).

Non ho mai smesso di credere che prima o poi sarebbero apparse. E’ come fissare uno stereogramma, fissi l’immagine e poi aspetti quell’illusione di bidimensionalità. Devo dire che ero partita bene, da piccola, quando prima di quasi tutte le mie coetanee ero riuscita con un abile movimento di tettonica a zolle, a passare da una innocente retromarcia ad una quasi prima misura, suscitando in me imbarazzo e senso di diversità. Che ora ovviamente rimpiango, adesso che siamo alla deriva dei continenti.

Devo comunque averle avute un tempo, (ne sono quasi certa), poi per difendermi dalle forze del male le ho lanciate come missili, come Venus (l’amichetta di Mazinga) mi ha insegnato. Non sono più tornate indietro. Le coltivo mantenendo un guizzo di rassegnata speranza, leggo forum, mangio rucola in quantità industriale, bevo birra e faccio esercizio rassodando qui e li come posso. Il risultato è la dignitosa seconda misura di due mandarini che da tempo immemore non guardano nemmeno nella stessa direzione. Ecco, qualcuno direbbe che ho le tette litigate. Il seno è la prima cosa che si ritira a vita privata senza nemmeno lasciare un recapito quando decidi di metterti a dieta, retrocede come fa un mollusco di mare davanti al pericolo, si sciupa per dare spazio alla spianata delle moschee. Sarà per questa ragione che da un cinque sei mesi sto disertando il temibile appuntamento con la dietologa, ma no diciamo pure con la dieta. Lo faccio per loro, le rappresentanti della mia femminilità, le tette appunto. Rilevatore di intelligenza, quella dell’uomo: si dice che quanto più l’uomo si trovi davanti ad un seno grande, tanto più il suo cervello diminuisca. Diciamo che io posso agevolare un uomo dandogli una parvenza di attività cerebrale. Il mio dramma è quello di aver vissuto un’infanzia fatta di Drive In, Carmen Russo e film di Lino Banfi & Co. Dove le tette erano il comun denominatore di femminilità, bellezza e … lasciamo perdere …  Pensavo fosse naturale averle grandi così e quando la mia mamma si accorse che mi sentivo diversa e malata per questa carenza, si precipitò a spiegarmi che avere un seno piccolo oggi, contrasterà la forza di gravità domani.

Il poter continuare a dormire a pancia in giù, non cancellerà la forte invidia verso coloro che portano una misura abbondante di reggiseno anche se per fortuna oggi esistono i santi push up che danno un’aria dignitosa a tutto l’equipaggiamento, non che io ne faccia uso, si intende. Parlavo così, per sentito dire.

Concludendo posso tuttavia dichiarare di essere soddisfatta delle mie misure, delle mie tette tascabili che sono un po’ come i mobili Ikea: si adattano a tutti gli spazi, un po’ come lo swifter, arrivano negli angoli dove nient’altro riesce ad arrivare, ma soprattutto stanno in una coppa di champagne, contemporaneamente.

Fatti e disfatti quotidiani

Perché il calzino giallo non va lavato coi capi bianchi

        “Indovina a chi reggi il moccolo”, il programma che mancava  sugli schermi della mia già scintillante vita sociale.

Il sipario si apre su una terra promessa chiamata week end, per arrivarci ci sono voluti cinque giorni tra cronache di Narnia (dicesi neve, dicesi inverno), inciampicamenti in neuroni in disuso di chi fa parte del tuo Truman Show quotidiano e una seduta di lobotomia volontaria per sopportare il tutto.

Programmare la serata, sentire profumo di erase and rewind, i giorni scorsi sembrano una terra straniera e invece no, il molestatore guasta feste (e pure mena sfiga) che ognuno di noi ha di default nella propria esistenza è dietro l’angolo e in meno di 160 caratteri che i tuoi sms mettono a disposizione, ti sei fottuta la serata.   Come? Leggete le prossime righe e lo scoprirete. (Attenzione i contenuti di questo post sono altamente espliciti e a tratti intolleranti verso coloro che ancora credono nella Eldorado del menage a due).

Dicevamo, è sabato sera, apri gli occhi e non sai perché ti ritrovi ad una cena di 16 persone dove tu sei l’ u n i c a single, o zitella o dir si voglia. Da splendida tigre del sabato sera, nello smagliante sorriso di chi non sa cosa l’aspetta, scopri che il tuo tacco 12 ti servirà solamente a slanciarti di più nella tua funzione sociale di candelabro. E così, con la stessa sensazione che si prova quando ci si siede e il tuo ginocchio ripetutamente sbatte contro la gamba del tavolo, ti ritrovi in mezzo a colorite coppie di coetanei , dove per colorite intendiamo tinteggiate con la coloreria italiana.  Là in mezzo, sola, minuscola e per altro affamata, io, la signora Minù del gioco delle coppie, alla mia destra Wilma e Fred della Valcamonica, interessantissimi conversatori grazie ai quali ho scoperto che il colore giallo non va mai mescolato coi capi bianchi, tutt’al più coi marroni, neri, blu scuri. Alla mia sinistra, Jules Verne de noartri e signora, probabilmente prossimi ad un giro del mondo in 80 giorni e ricchi di aneddoti succulenti ambientati in qualsiasi parte del mondo termini in aos, ikistan, asia, ania, ecc… Di fronte a me il protoumano che mi ha messo in questa situazione, che tranquillo fa una trasfusione di saliva a quella che è diventata la sua ragazza (anche)grazie a me, (ci sarebbe un altro post da pubblicare in merito). Cosa si festeggia? L’addio  alla terra della luganega di colei che sta per trasferirsi nella città del proprio ragazzo e che, nonostante ciò imperterrita continua a denigrarla, chiamandola terronia e a brandire con la voce irritante di chi sputa nel piatto in cui mangia, i numerosi difetti dei suoi abitanti. Sono questi i momenti in cui l’amore riecheggia come lo scampanellio di capre ambulanti nei remoti angoli della mia sensibilità, in un belato di rifiuto verso quel fenomeno chiamato omologazione, o meglio “pensavo fosse amore, invece era paura di morire sola come la gattara del paese”.

Io mi sento come un calzino giallo in un cesto di capi bianchi, spaiato e senza capi scuri con cui mescolarsi.

Di lì a poco (ma comunque troppo) sarei approdata finalmente alla mia sospirata festa di Carnevale, due risicatissime ore di dimenamento di bacino, birra (poca) la mia affascintantissima cofana anni settanta capace di attirare morti di figa nel raggio di 20 km e il triste epilogo dello specchietto decapitato. Un brindisi per la mia less ordinary life.

Fatti e disfatti quotidiani

E dalla vetta del 2013 sento una voce incitante: buttati … è porfido!

grant-ritchie-530779-unsplash

Sono finalmente passate le feste, giorni in cui l’anello di Sauron è stato di certo il regalo più desiderato per diventare invisibile, giorni in cui un viaggio in Tajikistan ha spesso spadroneggiato tra i miei pensieri come un fascio di luce in un quadro caravaggesco. Domani, un nuovo inizio, un inizio in cui vorrei avere la dignitosa e paziente rassegnazione della carta igienica, immobile e fiera nell’attesa del proprio destino. Domani , si srotoleranno ore e avvenimenti, complici  della mia trasformazione in barattolino d’odio; metamorfosi che sfida ogni legge secondo cui un contenitore finito può contenere un contenuto infinito, dove il contenitore sono io e il contenuto è odio distillato.

Aprirò gli occhi e sorriderò alla quotidianità con la gaiezza della madre del bambino che precipita, in carrozzina, dalla scalinata nella Corazzata Potemkin. Saluterò il mondo con la stessa allegria della voce fuori campo di “chi l’ha visto?”.

Quali sono i miei buoni propositi per il 2013? Nella mia top ten troviamo rispolverare l’hobby di incitare le persone a raccogliere petardi inesplosi.

E poi … ok, ho 32 anni, quasi 33. No, non ho un fidanzato. No, non ho figli. Si, curo tutti i giorni l’elasticità della mia pelle e del mio contorno occhi. Si, vivo ancora coi miei (ma ci sto lavorando, vedo la luce …). Penso ancora che congelarsi un ovaio possa essere un’idea intelligente. Penso ancora che la strada lesbo non sia da escludere… Ma che propositi posso pormi se non quello di cercare di scrivere un futuro semplice per un passato imperfetto?  Eh già, sono tempi duri per chi apre il cuore e non le gambe, e poi …  E poi nulla, ti rendi conto che la madre dei cretini è l’unica che tromba (beata lei)… Ma per me l’amore ha i tempi del colera e perciò lo accantono un po’, forse non è cosa per me, anche perché ancora non capisco come mai dovremmo essere due metà che si completano quando possiamo restare due interi che si sommano. Anche Chavela Vargas lo diceva, “Lo supe siempre. No hay nadie que aguante la libertad ajena; a nadie le gusta vivir con una persona libre. Si eres libre, ése es el precio que tienes que pagar: la soledad” ossia “l’ho sempre saputo. Non c’è nessuno che sopporti la libertà altrui; a nessuno piace vivere con una persona libera. Se sei libero, il prezzo che devi pagare è la solitudine.” Non importa, ho un piano B come sempre: mi è capitato di prendere seriamente in considerazione la strada del gioco d’azzardo, vista la mia sfortuna diciamo … in altri ambiti ;-) L’importante è ricordarsi di non accontentarsi di aspettare, alla fermata successiva, i treni che altri hanno perso. Soprattutto NON ACCONTENTARSI. Non voglio rendere questo post il muro del pianto  e quindi smetto e sono pronta a tornare alla mia ironia distillata al realismo scoppiettante di una modernità liquida, ma del resto era parecchio che non dicevo “che vita di merda” e non vorrei che vi foste fatti l’errata convinzione che fosse magicamente migliorata.

Nuove mirabolanti avventure punzecchieranno i talloni dei nostri prossimi mesi come tizzoni ardenti, e noi, fachiri scalzi e saltellanti a sangue freddo tra giorni pari e dispari, scoppiettanti e non.  Brindiamo … Buon duemilaecredici  a tutti!

sebastian-leon-prado-562482-unsplash

Fatti e disfatti quotidiani

Quando una storia a distanza finisce. (Quel che resta del giorno).

Quando finisce una storia a distanza quello che rimane è il sapore della bile che impasta la lingua e un freddo addosso che dà la scossa e fa venire voglia di correre lontano fino a prendere fuoco. Quello che rimane è il conto dei chilometri fatti. Che poi i chilometri percorsi avanti e indietro sono molto meno rispetto ai chilometri che ti sei fatta tu, nella tua testa, guardando troppo avanti e pensando che tutto questo prima o poi avrebbe portato a qualcosa. Il famoso “our day will come” che tanto mi piaceva canticchiare… Ma Amy Winehouse è morta e pure la mia storia dal giallognolo color ittero di un fegato grosso così, ormai è defunta.(Ora tutt’al più potrei cantare un back to black e di certo non fa riferimento a imminenti vacanze a Capo Verde).

Incontri fugaci, impegni organizzati e incastrati a puzzle, ore e giorni divorati da un pac man chiamato tempo, il tempo sempre troppo poco e sempre troppo poco complice.

Quando inizia, invece, una storia a distanza ha gli occhi grandi di chi vuole abbracciare e fermare il tempo. Tasti consumati da e-mail, frasi parole e immagini, tante, infinite perché è come se volessi svelare il tuo mondo all’altra persona, lo vuoi portare lì vicino a te, al di là dello schermo. Mostrargli come sei, nel bene e nel male, per dargli l’opportunità di fuggire se lo desidera. E’ come se implorassi ” se devi fuggire fallo presto, fallo all’inizio quando nulla ci appartiene ancora”.

E poi niente, quelle attese in aeroporto, su una panchina accanto alle altre coppie, il vedersi sbucare all’improvviso e scoprire l’effetto che fa, se è sempre lo stesso tonfo al cuore. Il primo contatto, la timidezza del primo tatto. I baci salati che non ti ho mai dato e i tuoi concerti che non ho mai sentito dal vivo ma solo sbirciato da video parkinsoniani con la paura che mi piacessi ancora di più e con un orgoglio nel vederti suonare che mi compiaceva nel sentirmi la “ragazza del batterista”. La paura di intravedere qualche sciacquetta a sbavare sotto il palco. La gelosia, la mia. Tu non mi hai mai dato la soddisfazione di dimostrarla. Le notti insonni nell’attesa di rivederti, l’insonnia nel dormirti accanto, perché non sono abituata a dormire con qualcuno. La paura di svegliarti mentre mi giro e mi rigiro nel letto. La donna che ti ha rovinato. I crampi allo stomaco prima di conoscere tua madre, gli occhi enormi di tuo figlio spalancati su di me.

Le innumerevoli birre stappate insieme, le gare di rutti, il gin tonic e i film in italiano che ti ho propinato l’ultima volta. Le risate di quando cerchi di pronunciare la parola zucca e ti esce “suca” e io che me la rido di gusto e tu non capisci il perché. La musica, quella che piace a te, quella che piace a noi e quella che forse piace solo a me, quella dei cd che ti ho masterizzato stile adolescente che ora saranno finiti in macchina di tua sorella. Il portachiavi africano della tua prima vera casa da uomo libero. Addormentarsi sul divano e risvegliarsi sotto il peso del piumone che mi avevi messo addosso per proteggermi dal freddo. Il tuo pigiama a righe. I pacchi spediti con quel maledetto servizio di posta celere internazionale di poste italiane, l’attesa di vedere che effetto ti avrebbe fatto (bè l’ultima volta ti ha dato la stessa effervescente botta di vita  di un film muto anni ’30. )La furgoneta che non vedrò mai. Il display del telefono guardato e riguardato in attesa dei tuoi messaggi.  I saluti in aeroporto e tu che non mi perdevi di vista fino a quando non oltrepassavo i controlli. Il dizionario italiano-spagnolo costantemente sulla scrivania. Il timore di non conoscer abbastanza la tua lingua da poter interagire con la tua famiglia e con il tuo piccolo. Il timore di non essere all’altezza. Le mie lacrime, la tua indifferenza. Le mie paure, quelle paure lì che solo tu hai fatto sparire.

Giocare a far finta di non conoscerci e incontrarci per la prima volta sulla banchina in attesa di un treno e parlare in terza persona di noi, dal principio. Raccontare i nostri punti di vista. Scoprire come ti sei innamorato di me.

Quel maledetto lost in translation che mi impedisce di mandarti a fare in culo come dio comanda (ricordi questa espressione?), ora che ho addosso tutta questa rabbia. O forse quel benedetto lost in translation in assenza del quale mi sarei ben guardata dall’addentrarmi in certe situazioni. Non mi pento di niente.

Un tempo avresti sbirciato sul mio blog e tentato di tradurre quello che ho scritto. Ora so che non lo farai. Rimane solo lo scintillio e la cattiveria nonché il senso di trionfo di chi già guardava con occhio scettico o ancor di più con odio (e non esagero) la nostra storia.

E così finisce che mi ritrovo a sbrodolare su un foglio di word parole che verranno macinate dalle risate di chi troverà in questa nuova storia un ulteriore motivo per puntare il dito e dire “sei un’inconcludente”. Guardo il monitor di una stupida home di un social network che diventa  un muro stile check point e spero che non appaiano tue notizie.  Poi prendendo una boccata d’aria,  cerco di guardare al di là di questa nebbiolina e delle fastidiose luci natalizie e mi chiedo se anche a 1600 chilometri di distanza qualcuno stia facendo lo stesso.  Peccato io conosca già la risposta.

Fatti e disfatti quotidiani

L’amore ai tempi di WhatsApp. Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sulle relazioni a distanza e non avete mai osato chiedere.

 

Va bene, ora spiegatemi un po’ come sia possibile che, con tutti i fanciulli proto umani o simil tali intorno a voi (ok, alcuni sono solo portatori sani di pene) voi siate andate ad ingarbugliarvi in  una relazione a distanza ?! Dico io, è già così difficile trovare l’altra metà della mela, quando non se la sono già mangiata i vermi e voi? Niente, voi optate per la fuga e l’esportazione dei ferormoni.

Come non si sa, sta di fatto che  sia successo. Fatto sta che ora ci siete, state scalando la parete aggrovigliate ad una marea di fili scoperti, dicasi i vostri nervi e, come dice il saggio “mai guardarsi indietro, nemmeno per prendere la rincorsa”. Non avete idea di ciò che vi attende, distanze, fisiche e non, fraintendimenti, linguistici e non, interferenze di ex, aerei persi e che avreste voluto perdere (per il rientro, ovviamente).

Questo non è un campo fiorito dove i perditempo, i titubanti, quelli che vogliono “sperimentare” possono pascolare col loro cuore di panna. Gestire una  storia a distanza   è una forma d’arte, per applicarla servono le “famose” tre C convinzione, costanza e … si, proprio quelli C******i.

Una sorta di progetto, del resto perché sbattersi altrimenti, quando di tromba amici ne  potreste trovare a iosa, dietro l’angolo, che dico dietro l’angolo…sul vostro pianerottolo…

Ma c’è qualcosa al giorno d’oggi capace di abbattere, almeno in parte, almeno temporaneamente in attesa di sviluppi, le vostre  distanze: si signori, WhatsApp. A tutti voi, dotati di smartphone e pollice opponibile dico, yes we can. Ed ecco come parole, immagini suoni e persino stati d’animo diventano condivisibili, chilometri di distanza abbattuti dalla tecnologia.

Controindicazioni? Si, diverse.

In cima alla lista le paturniotiche turbolenze mentali, tipiche delle signorine in mood ciclo perpetuo, ma oggigiorno in voga anche tra i portatori sani di … Ecco, avete capito.

Se avete intenzione di leggere tra le righe un mondo che “It’s only in my head”, vivere incollate al telefono, in una realtà virtuale che vi distoglie dalla vostra rete sociale di sempre, bè lasciate perdere. A nessuno piace portarsi in giro una cera di Madame Tussauds con Samsung incorporato. Se avete intenzione di controllare quante volte la vostra “media naranja” ha visto i messaggi, si è connesso o affini, ebbene siete sulla strada giusta verso un solare esaurimento nervoso nonché verso il titolo ufficiale di spremi attributi dell’anno.

Come in tutte le cose, serve la giusta misura, non è il caso di stipulare il solito tacito e mieloso accordo, tale per cui ad orari prefissati, ci si debba sentire chissà, ripetendo le stesse banalità. Non succede nulla se ci si contatta quando e se si hanno davvero cose da dire, da condividere. Non succede nulla se a volte vi capiterà di sperimentare l’ebbrezza di un monologo whatsappiano, dove voi, con tutta la passione del caso, cimentandovi in una lingua che non è la vostra, farete di tutto per condividere i vostri pensieri e, in tutta risposta dopo minuti arriverà un “vado a dormire amore, sono stanco, buona notte”.