Monthly Archives

dicembre 2012

Fatti e disfatti quotidiani

Quando una storia a distanza finisce. (Quel che resta del giorno).

Quando finisce una storia a distanza quello che rimane è il sapore della bile che impasta la lingua e un freddo addosso che dà la scossa e fa venire voglia di correre lontano fino a prendere fuoco. Quello che rimane è il conto dei chilometri fatti. Che poi i chilometri percorsi avanti e indietro sono molto meno rispetto ai chilometri che ti sei fatta tu, nella tua testa, guardando troppo avanti e pensando che tutto questo prima o poi avrebbe portato a qualcosa. Il famoso “our day will come” che tanto mi piaceva canticchiare… Ma Amy Winehouse è morta e pure la mia storia dal giallognolo color ittero di un fegato grosso così, ormai è defunta.(Ora tutt’al più potrei cantare un back to black e di certo non fa riferimento a imminenti vacanze a Capo Verde).

Incontri fugaci, impegni organizzati e incastrati a puzzle, ore e giorni divorati da un pac man chiamato tempo, il tempo sempre troppo poco e sempre troppo poco complice.

Quando inizia, invece, una storia a distanza ha gli occhi grandi di chi vuole abbracciare e fermare il tempo. Tasti consumati da e-mail, frasi parole e immagini, tante, infinite perché è come se volessi svelare il tuo mondo all’altra persona, lo vuoi portare lì vicino a te, al di là dello schermo. Mostrargli come sei, nel bene e nel male, per dargli l’opportunità di fuggire se lo desidera. E’ come se implorassi ” se devi fuggire fallo presto, fallo all’inizio quando nulla ci appartiene ancora”.

E poi niente, quelle attese in aeroporto, su una panchina accanto alle altre coppie, il vedersi sbucare all’improvviso e scoprire l’effetto che fa, se è sempre lo stesso tonfo al cuore. Il primo contatto, la timidezza del primo tatto. I baci salati che non ti ho mai dato e i tuoi concerti che non ho mai sentito dal vivo ma solo sbirciato da video parkinsoniani con la paura che mi piacessi ancora di più e con un orgoglio nel vederti suonare che mi compiaceva nel sentirmi la “ragazza del batterista”. La paura di intravedere qualche sciacquetta a sbavare sotto il palco. La gelosia, la mia. Tu non mi hai mai dato la soddisfazione di dimostrarla. Le notti insonni nell’attesa di rivederti, l’insonnia nel dormirti accanto, perché non sono abituata a dormire con qualcuno. La paura di svegliarti mentre mi giro e mi rigiro nel letto. La donna che ti ha rovinato. I crampi allo stomaco prima di conoscere tua madre, gli occhi enormi di tuo figlio spalancati su di me.

Le innumerevoli birre stappate insieme, le gare di rutti, il gin tonic e i film in italiano che ti ho propinato l’ultima volta. Le risate di quando cerchi di pronunciare la parola zucca e ti esce “suca” e io che me la rido di gusto e tu non capisci il perché. La musica, quella che piace a te, quella che piace a noi e quella che forse piace solo a me, quella dei cd che ti ho masterizzato stile adolescente che ora saranno finiti in macchina di tua sorella. Il portachiavi africano della tua prima vera casa da uomo libero. Addormentarsi sul divano e risvegliarsi sotto il peso del piumone che mi avevi messo addosso per proteggermi dal freddo. Il tuo pigiama a righe. I pacchi spediti con quel maledetto servizio di posta celere internazionale di poste italiane, l’attesa di vedere che effetto ti avrebbe fatto (bè l’ultima volta ti ha dato la stessa effervescente botta di vita  di un film muto anni ’30. )La furgoneta che non vedrò mai. Il display del telefono guardato e riguardato in attesa dei tuoi messaggi.  I saluti in aeroporto e tu che non mi perdevi di vista fino a quando non oltrepassavo i controlli. Il dizionario italiano-spagnolo costantemente sulla scrivania. Il timore di non conoscer abbastanza la tua lingua da poter interagire con la tua famiglia e con il tuo piccolo. Il timore di non essere all’altezza. Le mie lacrime, la tua indifferenza. Le mie paure, quelle paure lì che solo tu hai fatto sparire.

Giocare a far finta di non conoscerci e incontrarci per la prima volta sulla banchina in attesa di un treno e parlare in terza persona di noi, dal principio. Raccontare i nostri punti di vista. Scoprire come ti sei innamorato di me.

Quel maledetto lost in translation che mi impedisce di mandarti a fare in culo come dio comanda (ricordi questa espressione?), ora che ho addosso tutta questa rabbia. O forse quel benedetto lost in translation in assenza del quale mi sarei ben guardata dall’addentrarmi in certe situazioni. Non mi pento di niente.

Un tempo avresti sbirciato sul mio blog e tentato di tradurre quello che ho scritto. Ora so che non lo farai. Rimane solo lo scintillio e la cattiveria nonché il senso di trionfo di chi già guardava con occhio scettico o ancor di più con odio (e non esagero) la nostra storia.

E così finisce che mi ritrovo a sbrodolare su un foglio di word parole che verranno macinate dalle risate di chi troverà in questa nuova storia un ulteriore motivo per puntare il dito e dire “sei un’inconcludente”. Guardo il monitor di una stupida home di un social network che diventa  un muro stile check point e spero che non appaiano tue notizie.  Poi prendendo una boccata d’aria,  cerco di guardare al di là di questa nebbiolina e delle fastidiose luci natalizie e mi chiedo se anche a 1600 chilometri di distanza qualcuno stia facendo lo stesso.  Peccato io conosca già la risposta.