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August 2012

Fatti e disfatti quotidiani

Dire,fare,invasare,lettera e testamento (delle passioni).

 

 

Va bene, ammettiamolo pure, quando si parla di me l’immagine più vicina ad evocare il mio carattere è forse la carta vetrata. Si, sono acida, ansiotica, nevrotica. Di quelle che “a pensar male non si sbaglia mai” (ps: se sei un bel ragazzo, non mi conosci ancora e stavi pensando di cercare una maniera di incontrarmi, ebbene, sappi che romanzo un po’ sulla mia maniera di descrivermi. Non c’è bisogno di prendere per oro colato quello che dico di me 🙂 ).

E’ che con la senilità quello che si è sviluppato in me è una sorta di sincerità, che spesso trasborda dai limiti del politically correct, per intenderci i margini entro i quali bisogna stare per essere gradita presenza in quella che è la percezione sociale globale del “volemose bene” e “piacciamo a tutti”.

Oggi la mia spiccata sincerità e il mio spirito di osservazione, (tra uno sbadiglio e l’altro di un pomeriggio post ferragosto passato a fare la comparsa in ufficio), posano le ali della loro irriverenza sul labile confine tra volontariato, costanza, impegno e vuoto da riempire, insicurezze di varia natura, voglia di mettersi in mostra e, diciamolo pure, assenza di vita personale.

Non ho mai lasciato che la mia vita fosse solo in balia dello studio all’epoca, e del lavoro oggi. Ho sempre cercato di tenere in allenamento il mio unico neurone narcotizzato dalla vita brianzola e, così ho sempre seguito la mia indole e svolto attività che mi coinvolgessero o come volontaria o sulla sfera artistica.

La cosa che ho notato è che il senso di appartenenza ad un gruppo (associazione o dir si voglia), è pericolo. Permette all’individuo di auto identificarsi in quello che fa, la sua attività non rappresenta più un arricchimento, una fonte di apprendimento bensì uno specchio per sentirsi realizzati. E allora l’effetto domino è dietro l’angolo: quello che fai è ciò che sei. Meglio se hai una divisa addosso. Quello che fai diventa argomento principe di conversazioni che tendono a trasformarsi in monologhi e perciò la chiacchierata con chi non è dei vostri non è altro che pura e semplice occasione di auto referenziarsi.

E così succede che non esisti più, il tuo tempo è dedicato perennemente a fare la stessa cosa, perdi di vista quello che è il respirare un’aria diversa, il tuo sano e sacrosanto diritto a distrarti e a divertirti  e a dire di no ogni tanto. (Si lo so sono un’eretica del volontariato). Tutto questo io lo chiamo invasamento.

Io l’invasamento non l’ho mai capito nemmeno quando facevo teatro ed ero parte di una compagnia locale. Nemmeno ora che sono volontaria di Croce Rossa da diversi anni.

Mi piaceva molto, il teatro, facevamo delle cose straordinarie che incidevano anche a livello politico sociale sia sul pubblico che sul mio percorso personale, ma un conto è avere un interesse un altro attaccarsi a quell’interesse per riempire la vita propria vuota.

Succede sempre così, mi capita di vedere persone che si attaccano ai gruppi come se fossero sette, come se per entrare ci sia stato un rito satanico con tanto di sgozzamento di quadrupede e sacrificio di vergini. Probabilmente puntano al premio Nobel per la pace pensando di mettere ore minuti e quarti d’ora a disposizione del prossimo. Quello che vedo io è solo un bulimico appetito di conferme e soddisfazioni di un ego malato, che si gonfia solo se si porta un marchio stampato sulla maglietta. Io non so fare così, forse vivrei meglio se mi trasformassi in una wonder woman targata “salviamo il mondo”. Ho sempre preso le distanze da certi atteggiamenti, ho sempre messo la giusta distanza tra me e le mie passioni per non farmi travolgere, per trovarne di nuove e per poterle condividere in maniera equilibrata.