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luglio 2012

Fatti e disfatti quotidiani

A ver como se acaba, si se acaba…

E alla fine arrivi tu. Ho visto ciò che hai fatto, sono io la protagonista del tuo crimine. Sono bastati uno sguardo e un colpo di mano per abbattere quei longevi castelli in aria, barricate di croccanti e rassicuranti “sto bene da sola”, “preferisco essere indipendente”, “oddio no, le storie a distanza non esistono, è categorico”. Ecco, appunto. Vulnerabili certezze, masticate da 1600 Km di distanza. Guardarsi, riconoscersi, “no non può essere”, “ok, addio” “ebbene, sono ancora qui”. Respiro, e qualcosa si muove. Nel verso giusto questa volta. Cosa scorre nelle vene? Leggerezza da vie en rose? No. Odio … Odio verso un nemico che ha in realtà i tratti somatici di spettri del passato. Adesso, in questi giorni almeno. 1600 Km di distanza che masticano e scompongono il rassicurante evitare coinvolgimenti, gonfiano palloni di insicurezze, basculano sul fondo di vecchie paranoie stagnanti. Mai risolte. E allora si, tu sei per me il coltello che gira e rigira in quella piaga chiamata paura e ti fa vedere tutto con una patina viola. Succede che do il peggio di me, mi pongo domande che non ci si dovrebbe mai fare e divento io lo scoglio, l’insenatura che rende questo fiume denso, che lascia che gli eventi inciampino, invece di fluire.  Giorni in cui un no vuol dire si e un si vuol dire no. Pronti a captare nelle parole dell’altro qualcosa che confermi che le mie paure sono fondate. Pronti a captare il pretesto giusto per arrabbiarsi e far sfogare lui, l’odio. In realtà è odio verso me stessa. Un mettersi in discussione che prende i miei pensieri e li fa a squame. Sotto ogni squama c’è un se, c’è qualcuno che è meglio di me. Qualcuno che potrebbe essere meglio di me, per te.  Mi fermo, il respiro si ferma all’altezza del petto, in gola un nodo. Osservo la stessa luna che guardavi tu, e che pochi minuti fa hai fotografato.  Mi dico che passerà ed è solo stanchezza.