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March 2012

Finger Feelings

Shadows of the past

Ore 2.20, occhi sbarrati, incollati al soffitto, un aereo da prendere tra circa 4 ore.
Destinazione: ignoto, o forse riconoscibile ennesimo colpo di testa. Un respiro e di nuovo mille torsioni tra le lenzuola. Niente da fare.

Un mese fa l’incontro, inaspettato e fatale. Occhi, labbra, un bacio e da li niente più come prima, lasciando indietro storie “solide”, infischiandosene di ciò che il senso comune definisce morale o amorale, e senza paura di quel “lost in translation” che viene colmato dai 5 sensi e dall’impressione di conoscersi da secoli.
Nel frattempo chilometri di distanza riempiti dalla velocità di pagine bianche macchiate di storie, pezzi di vita immagini e suoni.
30 anni e mille domande, gli anni di “gesso”.  Anni che dovrebbero essere solidificati da rapporti con un “traguardo”comune, cosparsi invece da esperienze meteora la cui unica meta è stata il mordi e fuggi a quei vorrei ma non posso, a quei “non sono pronta”.
Partenza, pista di atterraggio lastricata da morsi allo stomaco, attese e l’agognato ritrovo. “Sei davvero tu?” “Si, en piel y hueso”.
24 ore, questo il tempo concesso,il denso sapore del tempo che sfugge al suono di due corpi che si scoprono, pori tesi al perseguimento del piacere comune, un morso di pelle che non conosco ma che riconosco… e poi mani, occhi, labbra, gambe…
Il tempo di un arrivederci al sorso di un “sei pronto a cominciare questo viaggio? A lasciarti tutto alle spalle?”. Il tempo di un abbraccio e della rincorsa verso un nuovo noi, che prende forma da luoghi che ancora non esistono e che aborrano i luoghi comuni.

Fatti e disfatti quotidiani

Facebook, status e cuori: ed è subito carta patinata. (Ebbrezza da vita di copertina.)

 

Metti  un tranquillo pomeriggio lavorativo, tendente alla routine e al tedio di sempre, 3 o 4 caffè consumati voracemente, un pc, un social network e l’intervento a gamba tesa di un ribaltone esistenziale: il cambio di status sentimentale su Facebook.

Ore 17, squillo di trombe, rombo di groane, boati di petardi “Fabiana è passata da single a impegnata” con tanto di cuoricino che chiama l’attenzione dei più distratti. Ore 17.02 scatta il primo “mi piace” ore 17.16 i mi piace sono già 18 ore 20: siamo a quota 26.

Ed ecco come il boato mediatico che solo una cassa di risonanza come un social network può dare, ti regala quel quarto d’ora (e oltre) di notorietà già profetizzato a suo tempo da un certo Andy Wharol. E’ strano, all’improvviso mi sento importante, i mi piace fioccano copiosi, generosamente elargiti da parte di chi non si capacita, da chi non ci sperava più… da chi si chiede “ma come? Di solito è un libro aperto, come mai non sapevo nulla?”,  e da chi tirando un respiro di sollievo mormora tra sé e sé “ce l’abbiamo fatta, finalmente ha messo la testa a posto”. Tutto questo condito da una sana curiosità su chi possa essere mai l’incosciente o fortunato estratto e/o coraggioso che abbia osato avventurarsi in questa valle di lacrime.

I mi piace si affollano il tam tam corre e arriva alla mia chat con domande quali “ma che combini?”, “poi mi devi raccontare”…  Grandi assenti tra cotanta dimostrazione di affetto: gli indecisi, le storie in sospeso, chi non ha mai osato e chi lancia il sasso e nasconde la mano … Che mi sia rovinata la piazza? Certamente ho scoraggiato i perditempo e disilluso chi credeva avessi mire espansionistiche nei propri confronti…

Ebbene, sono indecisa: svelare l’arcano o godersi lo spettacolo ancora un po’?

Va bene, giù la maschera, si è trattato di un bluff. Bluff che mi ha regalato momenti di ilarità, grazie, ne avevo bisogno.  La verità è che volevo vedere come si associava il mio nome a quella parolina “impegnata”, volevo vedere il cuoricino sul muro e ridere un po’. No, non di te che hai cliccato mi piace, ma di me … autoironia, a volte funziona sai?

La verità è che non vedo principi azzurri o coraggiosi masochisti all’orizzonte, non ora per lo meno … Non conosco ancora nessuno con così tanta incoscienza in corpo, abbastanza per starmi accanto.

Intro - ispezione

L’altrove che ti centrifuga

 

Toglietevi dalla testa che il viaggio serva a liberarvi, che andarsene estirpi dalla vostra testa quel tarlo che vi corrode e che vi fa vivere in cattività.

L’Africa ti scalda il cuore, ha uno specchio tra le mani e in quello specchio sei tu, lontano da tutto. Pelle e anima. Pelle, respiro e anima. Il primo respiro, all’atterraggio, ti gonfia il petto e ti restituisce aria salata, aria leggera. Il secondo è per buttare fuori il piombo che ti scorre tra le vene, per renderti conto che tutto è lontano.

A distanza di una settimana dal mio rientro mi sembra addirittura difficile realizzare che sono tornata di nuovo laggiù…E’ come essere entrata in un altro mondo attraverso una porta girevole: uno, due, tre quattro passi e di nuovo venivo catapultata nel mondo di sempre.

Tornata si, ma dopo essere stata centrifugata da volti, sguardi, mille modi di chiamare il mio nome, pelle, baci e risate…tante.

Nasi all’insù e sguardi fuori dal finestrino per catturare la maggior quantità di immagini possibile, fare scorta, fare razzia di emozioni di respiri, concentrati in stupori quotidiani fatti di gusto, olfatto, vista, tatto e udito…

Incapace di rispondere alla domanda “come è andata?”, forse più ferrata nel dire com’è tornare.

Tornare significa sezionare con mente e sguardo ogni centimetro della tua vita quotidiana e capire che ti importa poco, che salveresti poco. Significa avere il fiatone, per rincorrere non sai nemmeno tu cosa a fine giornata. Sentire che non hai abbastanza voce se qualcuno ti chiede di raccontare, le parole escono piano mentre i pensieri vanno a mille e non riuscire a trovare un compromesso per disegnare con le parole quanto è stato vissuto. Tornare, e cercare qualcosa che faccia da retina di contenimento ad una crepa che raschia. Indifferenza verso coloro che non sopportavo prima e che ora, il mio sguardo filtrato da ciò che conta davvero, non vede neppure.

 

“Tieni un capo del filo, con l’altro capo in mano io correrò nel mondo. E se dovessi perdermi, tu tira.”  (Margaret Mazzantini)