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October 2011

Fatti e disfatti quotidiani

“E’ inutile avere una tartaruga sulla pancia se in testa hai un criceto in prognosi riservata”

Con la fine dell’estate ricomincia la stagione fitness, fa freddo, le giornate si accorciano e per chi è abituato a restare dalle 8 alle 9 ore seduto diciamo che la palestra è un toccasana per evitare l’eterno riposo del metabolismo.
E così, io e i miei prosciuttoni ci trasliamo in questo tempio del benessere col principio attivo della super attività motoria, against ogni tipo di inestetismo della cellulite e del sovrappeso.
Devo ammettere che mi piace pure saltellare qua e là su e giu da uno step con dei carinissimi manubrietti verde speranza, o prendere a calci e pugni un sacco altro il triplo più di me, ma quello che più mi colpisce di certi posti è la fauna.
Sissignori, la palestra è per antonomasia popolata da bizzarri elementi i quali sembra che passino li la loro intera esistenza e che spesso appaiono come la caricatura di loro stessi.
Regno delle Vulvas Aurea, la palestra è altrettanto ghiotta di uomini e presunti tali oltre che di minorenni assurdamente ossessionati dai loro bicipiti. E’ incredibile notare il loro sguardo sempre orientato verso uno specchio, sembrano automi con lo sguardo perso verso l’infinito e oltre mentre invece le loro pupille sono attente scrutatrici dei vari progressi raggiunti in chissà quante ore di allenamento.


C’è da dire che la sala attrezzi è una vera e propria fiera del tamarro, canotte fluorescenti che spesso ricordano solo sottili strati di tessuto tatticamente appoggiate sui pettorali.
Gel posizionato su pettinature aerodinamiche che neanche il peggior uragano o il nemico sudore potrebbe abbattere.
Su qualcuna tutto questo luccichio di muscolatura e testosterone potrebbe anche avere effetti positivi (e non parlo di me, a me piace la tartaruga cappottata…si insomma, la genuinità…) ma la prova del nove è ascoltarli parlare.
Vorrei proprio vedere la schiera delle signorine con la palettina innalzata con voto 10 quando lo zamatauro tartarugato cerca di esprimersi con parole sue anche solo su concetti di base quali:
“quanto spesso vieni in palestra?” > “bella zio, ma te quand’è che ti vieni qua a spaccare?”
“vediamo se ci sono ragazze da guardare” > “oh bella, un pò di figa qua?”

Insomma il gergo del gorillone da palestra è rapido e diretto, non si perde in fronzoli, quali possono essere le regole base della grammatica ma, più di tutto è importante il tono: trascinato e da cavernicolo con qualche risatina insipida qui e li.
Uomini mi raccomando continuate a smandrillare in palestra, dovrò pur avere qualcuno da prendere in giro mentre sudo e fatico con qualcuno che mi urla dietro stile “full metal jacket”…

 

Fatti e disfatti quotidiani

I metri quadri della disperazione (tradotto: 4 adulti nella stessa casa sono troppi!)

Home sweet home si suol dire, “Home tight home” nel mio caso.
No, non si tratta di un’opinione personale, non è un sintomo di ribellione post (molto post) adolescenza, bensì verità scientifica: 4 adulti nella stessa casa non vanno bene, soprattutto quando i tuoi “coinquilini” appartengono al tuo nucleo familiare.
Ebbene si, quando le quattro mura domestiche cominciano a “starvi addosso” e vi sentite come Alice dopo essere caduta in tentazione mangiando il biscotto “mangiami”, sappiate che non si tratta di nebbie lisergiche bensì  di un clamoroso fatto che colpisce tutti, indiscriminatamente: quando cresci (invecchi :-(() devi spiccare il volo…
Senza prendere sotto gamba gli innegabili vantaggi che si hanno nell’essere ancora “figliola” in casa dei genitori, spesso il traguardo “buco proprio” (forse appartamento è azzardato) si palesa come un miraggio in un deserto fatto di violazioni di privacy, scansione di orari non tuoi e ore tolte al sonno ristoratore delle domenica mattina  ecc. ecc.
Una volta era diverso, è vero che si usciva di casa per sposarsi e questa opzione per me è… come dire, stridente e dissonante, ma era automatico, avere un lavoro e conquistare, come si dice…quelle due belle paroline…indipendenza? Libertà?
Oggi no, non è così: quando sei fortunato riesci all’alba dei 30 ad ottenere un contratto di lavoro che sia qualcosa di più del “contratto a progetto” ma questo non ti da comunque la spinta per entrare nel mondo “dei grandi” dato che il rovescio della medaglia è ricevere quattro noccioline e una pacca sulla spalla (no, anzi, quella scordatevela) e scoprire che affittare una topaia comporterebbe la rinuncia almeno ad uno dei tre pasti fondamentali, (ad essere ottimisti)..
Ti ritrovi perciò a proseguire la tua vita da sedicenne in un corpo da 3xenne, coi compromessi casalinghi tra te e tua madre che inizia a cucinare alle 8 del mattino diffondendo profumi che diventano odori per le tue narici appena deste e per il resto dei tuoi 5 sensi messi a dura prova da hangover…ti ritrovi a passare domeniche anomale e antiriposo: svegliata dalle urla di tuo fratello che litiga per le più assurde futilità con tua madre, ti ritrovi ad essere obbligata a pranzare alle 12.30 quando tu sei sveglia da un’ora e vorresti un cappuccino, a dover dire dove vai, con chi perchè, per come prendi tu la macchina a sentirti dire “stai attenta” anche se stai scendendo solo un secondo in cantina, a doverti sentire in colpa se entri in casa con l’ennesimo cimelio da shopping utile/consolatorio, a dover vivere a metà eventuali episodi sentimentali della tua vita…(chiamiamole parentesi, suvvia…)
Sono queste le cose che ti fanno dire “anche un garage andrebbe bene”.
Cominci a sperare nella pietà altrui, non so, qualcuno al quale avanza un appartamento, qualche magnanimo cittadino coscienzioso e sostenitore della gioventù che sia disposto ad affittare per la dignitosa cifra di 250 euro al mese, a portata di stipendio da schiavo… Guardi i cataloghi Ikea e cominci a fantasticare su come renderesti accogliente il tuo spizzico di appartamento stile “ragazzo di campagna”, ma soprattutto ti chiedi come mai, ogni maledetta mattina, ti svegli alle 6.40, affronti la transumanza e la deportazione per accorgerti che ciò che guadagni ti serve giusto appunto per pagarti gli efficentissimi mezzi pubblici…
In ogni caso, quando ti senti come 2 litri d’acqua frizzante in una bottiglietta da mezzolitro, il tappo lo devi togliere….

Citando qui e là...

Non ora non qui

Non posso obbedirti, non faccio più in tempo. Sta per capitare proprio ora e in questo strano posto. “Non ora, non qui”. Avevi ragione, molte delle cose che mi sono accadute furono errori di tempo e di luogo, cose da dire: non ora, non qui. Però a questo vetro d’autobus mi accorgo di essere in un’ora e in un posto a me riservato da tempo.
Intorno ferve il movimento. Le porte si sono aperte, la gente sale e scende da tutte le parti urtandosi. Mi tengo vicino al vetro, c’è trambusto, ma tu e io siamo fermi. Vengono il tempo e l’occasione, vengono quando due persone si fermano: allora si incontrano.
Se uno si muove sempre, impone un verso, una direzione al tempo. Ma se uno si ferma, si impunta come un asino in mezzo al sentiero, lasciandosi prendere da una distrazione, allora anche il tempo si ferma e non è più la soma che sagoma la schiena.

Erri De Luca

Non solo versi

Alicante

Una naranja sobre la mesa
Tu vestido sobre la alfombra
Y tú en mi cama
Dulce presente del presente
Frescura de la noche
Calor de la vida

 

Une orange sur la table
Ta robe sur le tapis
Et toi dans mon lit
Doux présent du présent
Fraîcheur de la nuit
Chaleur de ma vie.

Jacques Prévert

 

 

 

Fatti e disfatti quotidiani

“Non si può morire dentro”

Sono le 10.31 e ti sembra di essere davanti al tuo monitor da almeno quindici ore.
Cominci a guardarti intorno per cercare di capire se il tempo si è congelato o se sei solo tu che ti stai abbronzando davanti al pc.
Colpo di scena, suona il telefono: hanno sbagliato numero, ovviamente, e pertanto per dare una sverzata agli incatevoli minuti appena trascorsi e per detergere la fronte perlata della fatica, decidi di andare in bagno, chissà mai che si incroci qualcuno per disquisire dei massimi sistemi.
“Non si può morire dentro”, è il motivetto che la tua mente inconscia ti riporta alle orecchie mentre ritorni alla tua postazione.
Tenere in cattività i neuroni può portare a differenti strade:
A – la necrosi rapida e silente dei tessuti cerebrali, con eventuali guizzi di elettricità provocati dai neuroni che si vanno a suicidare contro il filo spinato che divide ogni tipo di stimolo dalla tua vita quotidiana;
B – cominci a sentire le vocine nel cervello che ti tengono compagnia e ti spingono a macchiarti di scherzetti cattivi ai colleghi per il gusto di infastidirli e tirare le 18;
C -la cattività del neurone può fomentare l’odio nei confronti dei piani alti… (ci siamo capiti);
D -cominci a puntare l’omino che sta cambiando i filtri del condizionatore, così, per il gusto della sfida (vincerai tu conquistandolo o la sua palese omosessualità che ha fatto si che l’omino puntasse in realtà il tuo dirimpettaio di scrivania?);
E – A,B,C,D insieme più la creazione di un blog sul quale pubblicare le cose più turpi che ti passano per la mente…
Abbiate pazienza, ho il neurone in cattività…